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Il silenzio che seguì nella sala di Villa Dalton era più denso dell’umidità che già premeva contro le enormi vetrate affacciate sul parco. L’eco del quinto colpo sembrava vibrare ancora nei cristalli del lampadario a gocce, un ronzio sordo che mi si piantava nelle tempie insieme al sapore metallico, ferroso, del sangue che mi colava nell’angolo interno della bocca.

  Non piansi. Le lacrime appartengono a chi spera ancora che la pietà possa redimere un carnefice; quella sera, sul tappeto d’Aubusson per il quale Owen aveva sborsato quarantamila sterline…

Il cucchiaio di legno per servire mi pesava ancora tra le dita, unto d’olio e di rosmarino sul bordo. Lo tenevo come si tiene una torcia spenta dentro una stanza buia, con quella goffaggine stupida dei gesti interrotti a metà. La porta d’ingresso era a meno di tre metri, con il vetro smerigliato che rimandava il bagliore arancione del lampione del vialetto; l’odore di pollo arrosto, pesante e domestico, si mescolava a quello aspro del detersivo al limone che Dani usava sempre quando era nervosa, come se strofinare il linoleum potesse cancellare le cose che non voleva guardare in faccia.

  «Dani», dissi di nuovo, e la mia voce suonò secca, come il rumore di una busta aperta in fretta. «Metti giù quella mano.» Non mi ascoltò. Con due dita…

L’aria nella sala privata dell’hotel sembrava essersi cristallizzata, densa e fredda come vetro infrangibile. Il ronzio quasi impercettibile dell’aria condizionata centralizzata accentuava il vuoto assoluto di quei secondi. La luce del mattino, filtrata attraverso le enormi vetrate a tutta parete, illuminava ogni minuscolo granello di polvere sospeso a mezz’aria e rifletteva bagliori freddi sulla testa in titanio della mazza da golf.

  Claire mantenne la presa salda per un altro battito di ciglia. I muscoli sottili delle sue braccia nude, esposti dal gilet bianco su misura, erano tesi, bianchi per lo…