Valeria Montes avanzò di qualche passo sul pavimento in cotto fiorentino, i tacchi a spillo che scandivano un ritmo insolente, calcolato, impeccabile.
Indossava un cappotto di cashmere color cammello, i capelli biondi pettinati all’indietro con precisione geometrica e quegli occhi chiari che un tempo avevo scambiato per limpidezza, ma che erano solo specchi d’acqua gelida.
Lucía non si mosse dal suo posto accanto ai fornelli, tenendo ancora in mano il mestolo di legno bagnato di brodo.
Non c’era paura nel suo sguardo, solo una forma profonda e radicata di stanchezza, come chi si trova davanti a un debito antico che non avrebbe mai voluto riscuotere.
“Valeria, cosa diavolo ci fai qui?” riuscii a dire io, avanzando verso di lei mentre sentivo la gola secca.
“Alejandro, tesoro, credevo che fossimo adulti civili,” rispose lei, sfiorandomi la guancia con dita gelide prima che potessi ritrarmi.
“Ho saputo che tua madre non stava bene e sono venuta a sincerarmi delle sue condizioni, ma non mi aspettavo un simile comitato di benvenuto.”
Il suo sguardo tornò a posarsi su Lucía, indugiando sul suo grembiule semplice, sui capelli raccolti senza cura, sulle mani segnate dal lavoro vero.
“O forse dovrei dire… un comitato di vecchie conoscenze.”
“Non ti permettere di fare allusioni in casa mia,” mormorò mia madre con una voce roca che non le sentivo da mesi.
“Tu non hai alcun diritto di mettere piede dove Manuel ti ha cacciata.”
Valeria non si scompose minimamente; al contrario, inclinò la testa con una pietà artefatta che mi fece salire il sangue alla testa.
“Manuel non c’è più, Carmen, e la memoria a volte fa brutti scherzi agli anziani soli.”
“Basta così, Valeria,” intervenni io, prendendola fermamente per un braccio per trascinarla via verso il salone.
“Se hai qualcosa da dirmi, me la dirai nello studio, lontano da mia madre.”
Lucía rimase immobile mentre noi uscivamo, ma colsi un battito rapido delle sue palpebre, una frazione di secondo in cui i suoi occhi cercarono disperatamente la porta sul retro.
Nello studio, Valeria non perse tempo.
Si sedette sulla poltrona di pelle che era stata di mio padre, accavallando le gambe con un’eleganza studiata per intimidire.
“Sei sempre stato un genio negli affari e un totale ingenuo nella vita privata, Alejandro,” esordì, tirando fuori una sigaretta sottile senza accenderla.
“Chi è davvero quella donna in cucina?” le chiesi, chiudendo la pesante porta di rovere.
“Si chiama Lucía Ferrer, vero? Ti sei mai chiesto perché una cuoca con la sua esperienza si sia abbassata a fare da badante a una vecchia depressa?”
“Ha risposto a un’inserzione regolare della migliore agenzia di Madrid.”
Valeria scoppiò a ridere, una risata argentina che riverberò tra gli scaffali pieni dei libri di diritto societario.
“Quell’agenzia appartiene a un fondo d’investimento legato alla famiglia di suo marito, il defunto Julián Ferrer.”
Mi fermai al centro della stanza, sentendo una fitta fredda alla bocca dello stomaco.
“Julián Ferrer… il costruttore fallito quattro anni fa?”
“L’uomo che tuo padre Manuel distrusse sul piano finanziario prima di morire,” sussurrò Valeria, alzandosi e venendomi vicina.
“Julián si tolse la vita in un motel vicino a Toledo dopo aver perso ogni singolo cantiere a causa delle manovre legali dei Rivas.”
Le parole mi caddero addosso come pietre bagnate, pesanti, soffocanti.
“Mio padre non ha mai spinto nessuno al suicidio, sono stati affari puliti…”
“Raccontalo a lei,” mormorò Valeria indicando con un cenno del mento la direzione della cucina.
“Lucía ha perso la casa, i conti in banca, la reputazione e il marito per colpa di tuo padre.”
“E tu credi davvero che sia qui per preparare minestrine e parlare di cannella?”
“Cosa vuoi dire?”
“Voglio dire che ho incaricato un investigatore privato non appena ho visto il suo nome collegato alla tua villa.”
Valeria aprì la sua borsa firmata e tirò fuori una serie di fotografie sgranate, gettandole sulla scrivania.
Nelle immagini si vedeva Lucía che incontrava un uomo vicino alla stazione di Chamartín, scambiandosi una busta gialla.
“Sta vendendo informazioni riservate sui brevetti che tieni nella cassaforte di tuo padre, o forse sta solo avvelenando lentamente tua madre per farti pagare lo stesso dolore.”
Quella notte non riuscii a chiudere occhio, tormentato dal fantasma di un suicidio di cui non avevo mai saputo nulla e dal ricordo del sorriso ritrovato di mia madre.
Il giorno seguente le cose precipitarono con una rapidità spietata.
Pilar mi chiamò sul cellulare alle sette di sera, con la voce rotta da un’agitazione che non le apparteneva.
“Signor Alejandro, la signora Carmen ha avuto una crisi tremenda dopo pranzo, trema tutta e non riconosce nessuno.”
Corsi a La Moraleja bruciando ogni semaforo rosso, il cuore che batteva all’impazzata contro le costole.
Quando arrivai, trovai il medico di famiglia che usciva dalla stanza da letto di mia madre scuotendo la testa.
“Ha ingerito qualcosa che ha interagito malissimo con i suoi sedativi cardiaci, Alejandro. Sembra un sovradosaggio di digitale o un’erba simile.”
Nel corridoio, Valeria era già lì, vestita di scuro, con un’espressione di trionfo a malapena mascherata da preoccupazione.
“Ho trovato questa nella cucina, nascosta dietro i barattoli delle spezie,” disse Pilar porgendomi una bottiglietta senza etichetta, le mani della vecchia governante che tremavano vistosamente.
Entrai nella stanza degli ospiti dove alloggiava Lucía; la valigia della ragazza era semiaperta sul letto.
Senza dire una parola, gettai a terra i suoi vestiti, trovando in fondo al borsone un fascicolo con il vecchio logo dell’azienda di mio padre.
C’erano fotocopie di bilanci, lettere private di Manuel e una foto sgualcita di un uomo di mezza età con lo sguardo triste.
Lucía entrò nella stanza proprio in quel momento, il grembiule ancora addosso, gli occhi spalancati davanti al caos.
“Cosa significa questo?” urlai, afferrandola per le spalle con una violenza che non mi riconoscevo.
“Signor Alejandro, mi lasci… non è come pensa lei, mi lasci spiegare!”
“Mio padre ha ucciso tuo marito e tu sei venuta qui per uccidere mia madre?” gridai fuori di me dalla rabbia e dal terrore.
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