Lavinia aveva appena avvertito una mano rapida e leggera infilarsi nella tasca del suo cappotto di lana grezza.
Con un riflesso fulmineo ereditato da anni trascorsi a guardarsi le spalle, aveva allungato il braccio e serrato le dita attorno a quel polso sottile.
Il ragazzo si era divincolato all’istante, come un gatto selvatico intrappolato in un vicolo cieco.
Era poco più di un bambino, con gli abiti sbrindellati, il viso segnato da striature di fuliggine e due grandi occhi castani carichi di terrore.
Nel tentativo disperato di liberarsi dalla stretta, la sua mano chiusa a pugno si era spalancata verso la luce del lampione.
Lavinia si era paralizzata, dimenticando il furto, la folla circostante e persino il proprio respiro.
Nel palmo calloso e sporco del ragazzino giaceva una spilla d’argento brunito.
Raffigurava una falena notturna posata su una mezza luna d’ametista viola.
Sull’ala sinistra mancava una minuscola scheggia di smalto azzurro, un piccolo difetto d’artigianato che Lavinia avrebbe riconosciuto tra un miliardo di gioielli al mondo.
Sua madre, Clara, era una delle migliori cesellatrici di Ponte Vecchio prima che la febbre se la portasse via dodici anni fa.
Prima di morire, Clara aveva fuso un unico lingotto d’argento antico per forgiare solo due esemplari identici di quella spilla.
Uno lo aveva appuntato al colletto di Lavinia, dicendole che ovunque fosse andata avrebbe sempre avuto una guida nel buio.
L’altro lo aveva affidato in fasce a un neonato avvolto in una coperta di lino, affidato in lacrime a una parente lontana una notte d’inverno che Lavinia ricordava a stento.
«Dove l’hai presa?» chiese Lavinia, con la voce rotta da un tremito incontrollabile.
Il ragazzo tirò indietro il braccio con violenza, cercando di divincolarsi dal contatto.
«Lasciami andare, non ho preso niente! Giuro che non ho preso niente!» gridò lui con accento tipico dei vicoli più popolari dell’Oltrarno.
«Non mi importa dei soldi,» rispose lei, allentando la forza ma mantenendo le dita saldamente attorno alle sue nocche.
«Voglio sapere da dove viene questa spilla.
Dimmi la verità, ti prego.»
Il ragazzo la guardò con diffidenza feroce, scrutando i suoi occhi verdi sgranati dallo sgomento.
«È mia.
È sempre stata mia.
Me l’ha lasciata chi mi ha messo al mondo prima di abbandonarmi all’ospizio degli Innocenti.»
Le parole caddero come pietre pesanti nel vuoto improvviso della via.
Lavinia sentì il sangue pulsare furiosamente contro le tempie.
Portò lentamente la mano libera al risvolto interno del suo mantello, slacciando la spilla gemella che portava sempre con sé come un amuleto.
La tirò fuori e la posò accanto a quella del ragazzo, aprendo il palmo alla luce pallida.
Le due falene d’argento si guardarono, speculari e perfette, con le ali cesellate dallo stesso tocco inconfondibile.
Il ragazzo sgranò gli occhi, e la spocchia da delinquente di strada svanì dal suo volto in un batter d’occhio, sostituita da un’angoscia pura e disarmata.
«Come… come fai ad averne una uguale?» mormorò lui, arretrando di un passo fino a urtare la vetrina di una bottega.
«Nostra madre le ha fatte insieme, nella bottega dietro San Miniato,» disse Lavinia con un filo di voce che lottava contro il vento.
«Diceva sempre che solo due pezzi d’anima potevano brillare allo stesso modo nel buio.
Tu sei Giuliano, vero?»
Il ragazzino trattenne il fiato, come se quel nome pronunciato ad alta voce potesse farlo sparire.
«Nessuno mi chiama così da quando la zia Marta è morta tre inverni fa.
Tutti mi chiamano solo Il Sorcio.»
Lavinia avvertì una fitta al petto così acuta da toglierle il respiro.
Marta, la cugina di Clara, viveva nelle campagne fuori porta Romana, ma da anni non si avevano più sue notizie.
Lavinia aveva cercato quel fratellastro per quasi un decennio, frugando negli archivi parrocchiali, chiedendo agli orfanotrofi, spendendo ogni soldo guadagnato con il cucito per seguire piste che finivano sempre nel nulla.
Credeva che fosse morto di stenti o partito per le Americhe imbarcandosi a Livorno.
E invece era lì, sporco di fango, a rubare portafogli a pochi passi dalla sua porta.
«Vieni via con me,» disse Lavinia con determinazione, prendendolo delicatamente per le spalle.
«Non puoi restare qui, fa troppo freddo.»
Giuliano esitò, guardando la strada dietro di sé, dove ombre scure sembravano pattugliare gli angoli bui.
«Non posso venire.
Se Salvestro vede che non porto la quota di stasera, mi taglia le orecchie.
Lui controlla tutti noi ragazzi di piazza del Carmine.
Ha visto che mi sono fermato a parlare con te.»
Lavinia seguì lo sguardo del ragazzo e notò, a poche decine di metri, la sagoma tozza di un uomo appoggiato a una colonna di pietra, con un berretto calato sugli occhi e un bastone nodoso in mano.
L’uomo si staccò dalla parete e cominciò ad avanzare verso di loro con passo lento e minaccioso.
«Non gli permetterò di toccarti,» disse Lavinia, afferrando Giuliano per mano e tirandolo verso un vicolo laterale.
«Corri!»
Si gettarono nell’oscurità dei chiassi stretti di Firenze, zigzagando tra cataste di casse di legno e panni stesi ad asciugare sotto le tettoie.
Il selciato scivoloso faceva faticare i loro passi, mentre dietro di loro risuonavano i richiami rauchi di Salvestro e i fischi metallici con cui allertava gli altri scagnozzi della zona.
Giuliano conosceva quelle stradine meglio di chiunque altro, ma Lavinia non mollò la presa un solo secondo.
Le sembrava che se avesse lasciato quella mano, il ragazzo sarebbe svanito di nuovo nel nulla, inghiottito dalle nebbie del tempo come era successo dodici anni prima.
Svoltarono dietro l’abside di una vecchia chiesa sconsacrata, scivolando attraverso un passaggio basso che conduceva a una corte interna buia e dimenticata.
Lavinia spinse una porta di legno marcio che dava sulle cantine di un palazzo signorile in disuso.
Trattennero il fiato nell’oscurità polverosa, ascoltando i passi pesanti degli inseguitori che correvano lungo la strada principale oltre il muro.
«Maledetto bastardo,» imprecò la voce di Salvestro dall’esterno.
«Tanto dovrai tornare a dormire da qualche parte, e allora vedremo chi ti protegge.»
I passi alla fine si allontanarono, inghiottiti dai rumori della città lontana.
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