Lily trattenne il fiato, con i grandi occhioni scuri colmi di lacrime trattenute a stento. Si era intrufolata in cucina mezz’ora prima, sfuggendo alla sorveglianza della mia amica e aiuto-cuoca Clara, solo per portare quel piccolo fiore di campo che aveva raccolto lungo il vialetto d’ingresso. «Era… era per il signore grande e buono che mi ha aiutato quando mi sono fatta male al ginocchio…» sussurrò la bambina con un fil di voce, indicando la direzione della galleria principale.

Vanessa scoppiò in una risata acida, isterica. «Il signore buono? Oh, piccola idiota! Stai parlando di Dante Moretti! Il temuto signore del crimine organizzato di mezza Europa, l’uomo che fa tremare i governi e affondare le compagnie di navigazione! Pensi davvero che a uno come lui importi qualcosa di un insignificante fiore di campo raccolto da una figlia di servitori? Lui sta per sposare me! Questa è la mia notte, non il circo!»

Proprio in quel preciso istante, un colpo secco e cadenzato di scarpe in cuoio risterrò dal corridoio in marmo.

Il brusio della sala svanì del tutto. L’aria parve farsi improvvisamente densa, pesante, quasi irrespirabile.

Dante Moretti varcò la soglia. A trentaquattro anni, con le spalle larghe incorniciate da un abito sartoriale nero impeccabile e i capelli corvini leggermente scompigliati dal vento della terrazza, incarnava l’epiteto stesso del potere assoluto. Aveva lineamenti scolpiti nel marmo, uno sguardo di ghiaccio che aveva fatto capitolare intere famiglie rivali e una cicatrice sottile lungo la mascella che raccontava di guerre lontane.

Tutti gli invitati si voltarono istantaneamente, abbassando lo sguardo o inchinandosi impercettibilmente al suo passaggio. Tutti tranne me e Lily.

Dante si fermò a metà stanza, notando la tensione palpabile nell’aria e il fiore calpestato ai piedi della sua futura sposa. Il suo sguardo magnetico passò da Vanessa inacidita a me, rigida come una statua di sale dietro il grembiule bianco da cucina, e infine si posò sulla piccola Lily.

Il volto di Dante si contrasse impercettibilmente. Un brivido invisibile sembró percorrere la sua corporatura massiccia. Fissò la bambina con un’intensità feroce, quasi spaventata, come se stesse guardando un fantasma emerso da un passato che aveva cercato di seppellire sottoterra.

«Che cosa sta succedendo qui?» la sua voce era profonda, roca, capace di zittire un’intera sala con un solo sussurro.

Vanessa scattò in avanti, stampandosi sul volto un sorriso mellifluo e posando una mano ingioiellata sul braccio di Dante. «Oh, tesoro mio, perdona questo piccolo incidente! La cuoca ha pensato bene di far scorrazzare la sua bambina tra gli ospiti di riguardo, e si è permessa persino di elemosinare attenzioni con un ridicolo fiore di campo. Ho già ordinato alla sicurezza di cacciarle entrambe fuori dalla proprietà. Non vedi che rovinano l’atmosfera?»

Dante non le diede retta. Non spostò gli occhi da Lily. Fece due passi in avanti, rompendo la distanza che lo separava da noi. Le sue scarpe lucide calpestarono i petali sparsi del garofano bianco.

Si inginocchiò lentamente sul pavimento di marmo, incurante del lusso circostante e degli sguardi sbigottiti dei cento invitati. I suoi occhi grigi, freddi come l’acciaio, si addolcirono in modo innaturale mentre fissavano il visino tondo della bambina.

«Chi è tuo padre, sweetheart?» chiese Dante con un fil di voce, un sussurro che suonava quasi irreale proveniente dalle labbra dell’uomo più temuto d’Italia.

Lily non indietreggiò. Guardò dritto negli occhi quel gigante vestito di nero, poi sorrise timidamente, stringendo la mia mano ancora più forte.

«Il mio papà non c’è» rispose la bambina con la candida innocenza dei cinque anni. «Ma la mamma dice che assomiglio tutta a lui. E tu hai gli stessi occhi tristi del ritratto che la mamma bacia la sera prima di dormire. Tu ti chiami Dante, vero? La mamma dice che il tuo nome è Dante Moretti.»

Il respiro di Dante si bloccò. Il colore svanì del tutto dal suo viso, lasciando la sua pelle pallida come un lenzuolo. L’uomo che non aveva mai tremato davanti a un plotone di esecuzione o a un sequestro internazionale parve sul punto di crollare.

Sollevò lo sguardo verso di me, mentre il silenzio tombale della stanza diventava assordante. I suoi occhi si spalancarono in un riconoscimento devastante, lacerante.

«Elena…» mormorò il nome che non pronunciava ad alta voce da tre lunghissimi anni.

Atto Secondo: I Fantasmi del Passato
Tre anni prima, nel pieno di una faida spietata tra i clan della mafia calabrese e i cartelli marsigliesi, il nome di Dante Moretti era sinonimo di morte e distruzione. Io ero stata la sua segretaria personale, custode dei suoi segreti più oscuri e, per un breve, folle periodo, l’unica donna capace di scalfire la corazza di ghiaccio che circondava il suo cuore.

Ma il mondo di Dante non ammetteva debolezze. Quando i suoi rivali avevano scoperto la nostra relazione, la minaccia di sterminio era diventata totale. Per salvarmi la vita — e per proteggere la creatura che portavo in grembo senza che lui ne sapessi nulla — ero fuggita nel cuore della notte, fingendo la mia morte in un incidente automobilistico lungo le scogliere di Salerno. Avevo cambiato nome, avevo bruciato ogni documento e mi ero rifugiata nelle cucine di questa stessa tenuta, lavorando sodo come cuoca anonima, convinta di poter tenere mia figlia lontana dal sangue e dal piombo che permeavano il mondo di Dante.

Non sapevo che, nel frattempo, Dante aveva ereditato l’intero impero, sbaragliando i nemici e diventando l’indiscusso sovrano di quel regno di ombre. E soprattutto, non sapevo che Vanessa Bellini — figlia di un potente boss alleato — si era insediata al suo fianco per consolidare un’alleanza criminale.

«Tu… tu sei viva» balbettò Dante, rialzandosi lentamente in piedi, con le ginocchia che per la prima volta tradivano una leggera instabilità. Ignorò completamente Vanessa, la quale era rimasta pietrificata accanto a lui, con la bocca spalancata in un’espressione ebete di puro shock.

«Non dovevo esserlo, Dante» risposi con voce ferma, sebbene il mio cuore stesse battendo all’impazzata contro le costole. Strinsi Lily a me, tirandola dietro le mie spalle. «Me ne sarei andata prima di questa sera, se non fosse stato per questo ricevimento. Ti prego, lasciaci andare. La bambina non c’entra nulla con tutto questo.»