Il colpo successivo non arrivò mai. Prima che il braccio di Vivienne potesse calare di nuovo, un suono basso e metallico riecheggiò nella vastità della sala da ballo Blackwood. Non fu un grido, né un ordine gridato, ma il semplice, inconfondibile scatto del cane di una pistola, seguito dal tonfo sordo di pesanti porte di quercia che si chiudevano. L’aria stessa sembrò congelarsi. Il silenzio che scese sulla folla non era semplice quiete; era un vuoto pneumatico, il tipo di immobilità che precede un’esplosione letale. I politici, abituati a dominare i dibattiti, si ritrassero contro i muri tappezzati di seta. Gli investitori milionari abbassarono gli occhi, improvvisamente affascinati dalle venature del marmo sotto le loro scarpe lucide. Perfino le guardie armate, che fino a quel momento erano rimaste impassibili come statue di sale, si irrigidirono, abbassando impercettibilmente il mento in segno di assoluta sottomissione.
Silas Blackwood era entrato nella stanza. Non aveva bisogno di alzare la voce o di fare gesti teatrali. La sua sola presenza era un buco nero che risucchiava l’ossigeno…