Feci due passi avanti, le strappai il telefono dalla mano con una facilità disarmante e lo spensi premendo il tasto laterale. Glielo restituii lasciandolo cadere sul mobiletto dell’ingresso, dove rimbalzò senza fare rumore.
«Chiamali pure», dissi, mostrandole le lettere della scuola e il fascicolo del tribunale dei minori. «Mostreremo a quegli agenti la lettera del preside, la segnalazione della scuola per denutrizione sistematica, l’estratto conto con i tuoi sessantamila dollari rubati e quel lucchetto sulla dispensa dove tieni il cibo sotto chiave mentre tua figlia pesa meno di un cane da caccia. E poi mostreremo il segno del tuo anello sulla faccia di Emmy. Chiamali, Renee. Vediamo chi di noi due esce da questa casa con le manette ai polsi.»
Renee fissò le lettere nelle mie mani. Tutta la sua compostezza borghese, quella maschera di superiorità morale che aveva indossato per anni come un abito di sartoria, si sgretolò in un istante. Il suo viso divenne grigio, scavato da rughe d’ansia che non le avevo mai visto intorno alla bocca.
«David… possiamo sistemare le cose tra noi», balbettò, facendo un passo verso di me con le mani aperte in un gesto goffo di conciliazione. «Ero stanca… tu non c’eri mai… dovevo gestire tutto da sola, giorno e notte… Emmy è così ostinata, mi sfida continuamente… a volte perdo la pazienza, ma l’ho fatto per il suo bene, per renderla forte… non puoi capire cosa significhi restare sola in questa casa vuota per mesi interi…»
Non risposi nemmeno. La oltrepassai come se fosse stata fatta d’aria sporca.
Tornai in cucina. Emmy aveva finito i cracker e stava bevendo le ultime gocce di latte dal fondo del bicchiere, tenendolo con entrambe le mani ossute. Quando mi vide entrare, posò il bicchiere sul tavolo con estrema cautela, guardandomi con quegli occhi enormi che cominciavano a perdere quel velo opaco di terrore cieco.
Mi chinai davanti a lei. «Emmy, ascoltami bene. Adesso andiamo di sopra, prendiamo i tuoi vestiti, il tuo zainetto con i quaderni di disegno e il tuo coniglio di pezza. Ce ne andiamo da qui.»
«E la mamma?», chiese con un filo di voce sottile, toccandosi involontariamente la guancia violacea con la punta dell’indice.
«La mamma resta qui», risposi piano, togliendole una ciocca di capelli fini dagli occhi. «Tu vieni con me. Non tornerai mai più in questa casa. Te lo prometto sulla mia vita.»
Salimmo le scale di legno che portavano al piano superiore. La cameretta di Emmy era spoglia, fredda come una cella d’isolamento. Non c’erano poster alle pareti, non c’erano giocattoli sparsi sul tappeto: solo un letto singolo perfettamente rifatto con coperte militari grigie, un comodino senza lampada e un armadio mezzo vuoto.
Aprii le ante dell’armadio e presi il vecchio borsone da viaggio che usavo per i miei turni sui cantieri. Ci infilai dentro tutto ciò che apparteneva a mia figlia: tre magliette sbiadite, due paia di pantaloni di velluto consumati sulle ginocchia, i suoi calzini pesanti, un quaderno a righe dove aveva disegnato una casetta di legno con il fumo che usciva dal camino e una figura alta che teneva per mano una bambina minuscola, e infine Barnaby, il vecchio coniglio di pezza senza un orecchio che le avevo comprato all’autogrill quando aveva tre anni.
Aiutai Emmy a infilare il cappotto invernale, un piumino blu scuro che le andava corto sulle braccia ma larghissimo sul torace, e le allacciai gli stivaletti di gomma foderati di lana.
Mentre scendevamo le scale, Renee era seduta sui gradini più bassi dell’ingresso, con la testa tra le mani e le spalle scosse da un pianto silenzioso, isterico. Quando ci sentì arrivare, alzò lo sguardo, con gli occhi arrossati e il mascara colato sulle guance.
«Se la porti via, non ti permetterò mai più di vederla, David», sibilò tra i denti, un ultimo, disperato tentativo di esercitare un’autorità che era ormai morta e sepolta. «Ti rovinerò la vita. Troverò i migliori avvocati della città.»
«Hai già speso tutti i tuoi soldi per comprarti questo silenzio, Renee», risposi, aprendo il pesante portoncino d’ingresso verso l’aria gelida del mattino. «Tieniti la casa, tieniti la cucina pulita e tieniti la tua dispensa chiusa a chiave. Io mi prendo la sola cosa che valeva qualcosa in questo posto schifoso.»
Uscimmo nel cortile. L’aria del nord era limpida, sferzante, carica dell’odore pungente dei pini e della prima neve che cominciava a scendere lentamente dai monti verso la valle. Il sole invernale, basso e pallido, rimbalzava sulla carrozzeria impolverata del mio vecchio pick-up Ford parcheggiato sul vialetto di ghiaia.
Presi Emmy tra le braccia, la sollevai da terra—era così leggera che sembrava fatta di piume e ramoscelli secchi—e la misi a sedere sul sedile del passeggero. Le allacciai la cintura di sicurezza con cura, tirando la cinghia finché non fu ben stretta contro il suo petto minuto. Poi presi il mio giaccone da lavoro di flanella pesante, quello foderato di pelo d’agnello, e glielo avvolsi intorno alle spalle come una coperta calda.
Salii al posto di guida, infilai la chiave d’accensione e avviai il motore diesel. Il vecchio otto cilindri tossì due volte prima di mettersi a girare con il suo rombo profondo, caldo e rassicurante. Inserii la prima, rilasciai la frizione e il veicolo scivolò lungo la ghiaia, lasciandosi alle spalle il cancello bianco e la facciata immobile della casa.
Nello specchietto retrovisore vidi la sagoma scura di Renee ferma sulla soglia della porta d’ingresso, sola, rimpicciolita dalla distanza, prima che la curva della strada provinciale la cancellasse del tutto dalla visuale.
Guidai per quindici minuti lungo la statale deserta, costeggiando le rive scure del fiume ghiacciato. Il riscaldamento del furgone cominciò a soffiare aria calda dalle bocchette centrali, riempiendo l’abitacolo di un tepore accogliente che profumava di caffè vecchio e cuoio consumato.
Emmy teneva le manine infilate nelle tasche enormi del mio giaccone, con la testa appoggiata contro lo schienale di vinile marrone. I suoi occhi seguivano i pini innevati che sfilavano veloci oltre il finestrino.
«Papà?», disse a bassa voce, rompendo il silenzio della cabina.
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