“Sembra una casa meravigliosa, Noah,” disse Nathan dolcemente, allungando un dito per accarezzare delicatamente il filato morbido della coda della volpe. “La tua stanza ha una finestra?”

“Buona luna,” dichiarò orgoglioso Noah, impilando due blocchi di legno insieme. “Mamma dipinge di nuovo la luna.”

Nathan guardò oltre i ricci di Noah verso Mara.

I loro occhi si incrociarono attraverso la fredda luce fluorescente. Per otto mesi, Nathan aveva guardato questa donna e visto un ostacolo, una faccenda domestica, una figura di sfondo noiosa alla sua grande narrazione esecutiva. Ora, guardando la sua sagoma composta e inflessibile, vedeva l’artefice della sua sopravvivenza. Non era scappata per fargli dispetto; aveva costruito un’intera fortezza per proteggere questo ragazzo innocente e ridente dai danni collaterali della vanità di Nathan.

Nathan chinò il capo, incapace di sostenere il suo sguardo.

Per i novanta minuti successivi, Nathan costruì torri di blocchi di legno solo per vedere Noah abbatterle con gioia. Ascoltava Noah blaterare di un gatto del quartiere di nome Barnaby e di uno scuolabus giallo che ogni mattina passava davanti alla finestra. Nathan non guardò il telefono; Non controllò l’ora; non pensava ad Apex Capital, Tessa Lang o all’acquisizione da venti milioni di dollari.

Quando la signora Gable annunciò che mancavano cinque minuti, Nathan sentì un terrore gelido stringergli il petto.

Noah si alzò, tenendo la volpe stretta sotto il braccio. “Papà è venuto alla porta rossa?”

Nathan si inginocchiò a terra, portandosi all’altezza degli occhi del figlio. Sistemò delicatamente il colletto del maglione blu navy di Noah, la mano che tremava leggermente sulla lana morbida.

“Non oggi, amico,” disse Nathan, la voce carica di lacrime non versate. “Papà ha del lavoro da fare. Un lavoro molto importante. Ma ci vediamo tra due settimane. Ogni due settimane, proprio qui. Non mi mancherà mai. Te lo prometto.”

Noah lo guardò, il suo viso serio, poi si chinò in avanti e gli diede un bacio bagnato e appiccicoso sulla guancia prima di voltarsi per correre verso Mara.

Mara lo afferrò, sollevandolo senza sforzo sul fianco. Gli sistemò la giacca con una mano esperta, poi guardò Nathan, che rimaneva inginocchiato sul freddo pavimento come un monaco penitente.

“Oggi ha mangiato tutto il pranzo,” disse Mara piano, le sue prime parole dirette in quattro giorni. “Adesso gli piacciono di più i blocchi rossi.”

Nathan la guardò, la gola che bruciava. “Mara… Mi dispiace tanto. Mi dispiace profondamente.”

Mara sistemò il peso di Noah sul fianco. La sua espressione non si addolcì, ma l’ostilità gelida che aveva definito le lettere di Daniel Reeves era assente. C’era solo un peso profondo e malinconico nella sua voce.

“Lo so, Nathan,” disse piano. “Ora vediamo cosa farai del resto della tua vita.”

Si voltò e uscì dalla porta, Noah che agitava la sua piccola mano sopra la sua spalla, la volpe arancione che rimbalzava contro il suo petto finché la pesante porta non si chiuse, lasciando Nathan solo nella stanza gialla.

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