“Non piangere adesso, mamma,” disse Arturo con una voce vuota, arida e del tutto priva di qualsiasi affetto reale.
“Questo è esattamente quello che volevamo, non è vero?”
“Siamo rimasti solo io e te, la vera famiglia di sangue indivisibile.”
“Proprio come hai sempre preteso tu.”
Mise giù pesantemente la ciotola di minestra sul tavolino.
Si alzò in piedi, si avvicinò all’interruttore e spense la luce principale del salotto.
Lasciò sua madre seduta nella penombra, da sola in compagnia dei suoi oscuri fantasmi e dei suoi sterili rimpianti.
A molti chilometri di distanza da lì, in una casa luminosa, pulita e calda a Toluca, Mariana stava festeggiando il sedicesimo compleanno di Sofía.
L’ampio soggiorno del nuovo appartamento era pieno di adolescenti allegri, di musica ad alto volume e di risate contagiose.
Mariana guardava con gli occhi lucidi di felicità sua figlia prendere fiato per spegnere le candeline sulla grande torta al cioccolato.
Sentiva il proprio cuore leggero, libero e sereno per la prima volta dopo quasi un decennio.
Nella sua vita non c’era più spazio per la paura, non c’erano più urla improvvise né ombre minacciose.
Aveva pagato il suo altissimo debito di sofferenza armata di una pazienza sovrumana.
Aveva giocato la sua partita in silenzio e, alla fine, aveva vinto la sua meritata e assoluta libertà.
E mentre gli invitati applaudivano e guardava fuori dalla grande finestra la notte limpida e stellata, Mariana chiuse gli occhi per un lunghissimo momento.
Dedicò un pensiero dolcissimo e silenzioso a quel piccolo figlio che non era mai nato.
Sapeva nel profondo del cuore che quel bambino vegliava su di lei e su Sofía da qualche parte nell’universo.
Era stato lui, come un invisibile angelo custode, a donarle la forza titanica di sopportare e di aspettare il momento perfetto per agire.
La ruota del destino aveva finalmente completato il suo giro.
Aveva portato la giustizia terrena nel modo più spietato, chirurgico e preciso possibile.
Perché certe bofetadas crudeli, inferte vigliaccamente, non si restituiscono mai usando la stessa violenza delle mani.
Si restituiscono lasciando scorrere il tempo.
Si restituiscono con l’arma affilata del silenzio.
E si restituiscono, infine, con un inesorabile, calcolato e gelido addio.
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