Julianne, dal canto suo, aveva subito il colpo più duro. Charles Vance, il rampollo della dinastia mineraria che avrebbe dovuto sposare la primavera successiva, aveva sciolto ufficialmente il fidanzamento a gennaio. Non fu un addio drammatico; fu una fredda e burocratica lettera firmata dagli avvocati dei Vance, in cui si comunicava che, venute meno le garanzie patrimoniali e la fusione strategica concordata, l’alleanza matrimoniale non rispondeva più agli interessi commerciali della famiglia.
Fu in una fredda mattina di fine marzo, mentre stavo analizzando i report trimestrali dei flussi di cassa sul mio monitor principale, che il citofono del mio appartamento suonò.
Guardai il monitor della telecamera di sicurezza. Era Julianne.
Era sola. Non indossava i suoi abiti griffati o i gioielli d’oro che tintinnavano a ogni passo; aveva indosso un cappotto di lana informe, senza trucco, con i capelli legati in una coda disordinata che la faceva sembrare molto più giovane, quasi la ragazzina che ricordavo prima che i nostri genitori la trasformassero in uno strumento di potere.
Premisi il pulsante per sbloccare il portone del condominio e attesi sul pianerottolo.
Quando l’ascensore si aprì e Julianne uscì, mi accorsi che stava tremando, non per il freddo, ma per una sorta di esaurimento nervoso a lento rilascio. Si fermò a pochi passi dalla porta aperta del mio appartamento, guardandomi con un misto di risentimento e di disperata richiesta d’aiuto.
“Posso entrare?” chiese con un fil di voce.
“Entra, Julianne,” risposi, facendomi da parte.
Capitolo 8: Confessioni sul parquet
L’appartamento era silenzioso, rischiarato solo dalla luce grigia della primavera dello Utah che filtrava attraverso le grandi vetrate. Julianne si sedette sul bordo del divano, stringendosi le mani in grembo, guardandosi intorno come se vedesse per la prima volta uno spazio domestico che non fosse decorato con stucchi dorati o marmi pregiati.
“Charles si è fidanzato la settimana scorsa,” disse all’improvviso, senza preamboli, fissando il tavolino di vetro davanti a sé. “Con la figlia dei Miller, quella che studia a Londra. Hanno organizzato una festa privata al Grand America Hotel. I giornali locali hanno pubblicato la notizia in prima pagina nella sezione economica.”
Non dissi nulla. Le porsi una tazza di tè caldo che aveva appena preparato. Lei la prese con entrambe le mani, traendo sollievo dal calore della ceramica.
“Lo sai qual è la parte peggiore, Naomi?” continuò, sollevando finalmente lo sguardo su di me. I suoi occhi erano cerchiati di nero, le palpebre gonfie per le troppe notti insonni. “La parte peggiore è che non mi importa nemmeno di Charles. Non l’ho mai amato. Era solo… il copione che mi avevano dato da recitare. Fin da quando ero bambina, mi dicevano: Tu farai questo, tu sposerai quello, tu sarai la regina della nostra società.”
“E tu ci hai creduto perché era comodo,” dissi con voce ferma ma non ostile.
“Sì,” sussurrò lei, abbassando la testa. “Ci ho creduto perché era molto più facile che pensare con la propria testa. Quando mamma ti urlava contro o quando papà ti ignorava a cena, io stavo zitta perché sapevo che se avessi protestato, la furia si sarebbe rivolta contro di me. Ero la cocca di casa, ma ero anche una prigioniera dentro una gabbia di cristallo.”
“Tutti noi eravamo prigionieri di quel sistema, Julianne,” risposi sedendomi sulla poltrona di fronte a lei. “La differenza è che io ho scelto di spaccare la serratura dall’interno, mentre voi avete continuato a lucidare le sbarre.”
Julianne sospirò profondamente, un suono che sembrava liberare anni di tensione accumulata. “Papà sta male, Naomi.”
Sollevai un sopracciglio. “Che genere di male?”
“Non fisicamente, o almeno non solo,” spiegò lei. “Passa le sue giornate nello studio, seduto alla sua vecchia scrivania, a fissare i registri vuoti. Non parla quasi più con nessuno. Ha cercato di contattare i vecchi soci, ma nessuno risponde alle sue chiamate. Nel nostro mondo, se non hai il capitale, non esisti. E lui non ha più nulla, tranne la facciata della villa che la banca gli permette di occupare finché non sarà completata la procedura di liquidazione ordinata dal trust.”
“La villa non verrà pignorata,” dissi freddamente. “Il trust copre le spese di manutenzione e garantisce a loro una sussistenza decorosa. Non moriranno in mezzo a una strada.”
“Lo so. Ma per un uomo come Richard Whitmore, vivere di una pensione stabilita da te è peggio della bancarotta.” Julianne fece una pausa, poi si morse il labbro inferiore, come se stesse raccogliendo tutto il coraggio rimasto in corpo. “Sono venuta qui per chiederti una cosa, Naomi. E so di non averne il diritto.”
“Dimmi.”
“Voglio andarmene da Salt Lake City.”
La guardai, sorpresa. Questa era l’ultima cosa che mi sarei aspettata da Julianne Whitmore, la principessa viziata che non si era mai mossa dalla città se non per vacanze di lusso nelle stazioni sciistiche di Aspen o sulle spiagge di Maui.
“Andare dove?” chiesi.
“A Seattle,” rispose lei con decisione crescente. “Ho trovato un lavoro. Niente di grandioso, niente che riguardi la finanza o la società. Un impiego come assistente amministrativa in una clinica veterinaria e centro di recupero per animali selvatici. Ho iniziato a fare volontariato lì tre settimane fa, di nascosto da tutti. E… per la prima volta nella mia vita, ho sentito che quello che facevo aveva un senso reale. Che non dipendeva da quanti soldi c’erano in banca o da quale cognome portavo.”
Rimasi in silenzio per qualche istante, studiando il suo viso. Non c’era traccia della vecchia Julianne arrogante; c’era solo una giovane donna che cercava disperatamente di ricostruire le fondamenta della propria identità dopo che il terremoto aveva spazzato via ogni certezza fittizia.
“Hai la mia approvazione per farlo,” dissi infine. “Se è quello che vuoi veramente, non hai bisogno del permesso di nessuno, e certamente non di quello dei nostri genitori.”
Julianne mi guardò, e per la prima volta dopo tanti anni, vidi sul suo volto un sorriso autentico, pulito, privo di cinismo. “Grazie, Naomi.”
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