«Signora Rinaldi, vuole che facciamo allontanare anche il signor Rinaldi?» chiese l’ispettore di polizia con gentilezza, guardando mio figlio con evidente disprezzo.
Guardai Daniel per un ultimo istante. Era mio figlio, carne della mia carne, ma in quel momento vedevo solo uno sconosciuto debole e meschino, modellato dalla donna che aveva scelto di sposare.
«No, ispettore» mormorai, tirando un lungo respiro e chiudendo gli occhi per un secondo. «Lasciarlo qui. Ha quarantotto ore di tempo anche lui. E fategli trovare la porta chiusa se prova a rientrare dopo che la polizia se ne sarà andata.»
L’ispettore annuì rispettosamente. «Certamente, signora. Ci occuperemo noi delle formalità al commissariato. Se ha bisogno di assistenza medica per la ferita alla testa, l’ambulanza è fuori ad aspettarla.»
«Sì, vado subito a farmi dare un’occhiata» risposi accennando un piccolo sorriso stanco.
Quando gli agenti uscirono, Daniel rimase in piedi in mezzo alla cucina, circondato dai frammenti di porcellana bianca sparsi sul pavimento di piastrelle. Non osava alzare lo sguardo verso di me.
Mi alzai lentamente dalla sedia, presi la mia borsa di cuoio dal bancone e mi diressi verso l’ingresso.
«Mamma…» sussurrò lui con un fil di voce, disperato.
Non mi fermai. Non mi voltai nemmeno.
Varcarono la soglia della mia cucina per l’ultima volta in quella veste, pronta finalmente a riprendermi la mia vita, mattone dopo mattone, senza più padroni né tiranni. La porta si chiuse alle mie spalle, e per la prima volta dopo anni, l’aria profumava di libertà.
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