— Torna subito al tuo posto, Rocío — sibilò la donna, ignorando del tutto la mano tremante del vecchio patriarca che ancora oscillava a mezz’aria, come un ramo spezzato dal vento. — Questa casa non paga gli stipendi per fare sceneggiate o per perdere tempo dietro a capricci senili. Ha già mangiato abbastanza zuppa. La signorina Sofia ha bisogno che la biblioteca venga spolverata prima dell’arrivo degli ospiti di stasera.

Rocío, con il grembiule bianco macchiato da qualche goccia di brodo e gli occhi grandi, cerulei e lucidi di stanchezza, rimase immobile con la ciotola di porcellana tra le mani. Sapeva che ogni parola di Villalobos era un avvertimento, una corda tesa pronta a spezzarsi. Ma quel tocco, quel gesto inatteso di don Ramón, aveva creato una crepa in quell’universo di gerarchie rigide e sguardi sprezzanti.

Fu allora che la voce di Cayetano ruppe il silenzio. Non era una voce alta; era un tuono sordo, di quelli che precedono i temporali estivi sulla piana.

— Lasciala stare, Clotilde.

La governante si irrigidì di scatto. Si voltò, cercando di sfoggiare quel sorriso formale e ossequioso che aveva salvato la sua posizione per oltre trent’quattro anni al servizio della famiglia.

— Don Cayetano, signore… Volevo solo evitare che la ragazza approfittasse della stabilità del signore anziano. Sa bene quanto don Ramón tenda a confondere le persone quando la febbre sale. E poi, il protocollo…

— Il protocollo in questa casa lo decido io, non tu — la interruppe Cayetano, passandole accanto senza neppure degnarla di uno sguardo diretto.

Era un uomo imponente, spalle larghe, un completo sartoriale blu scuro che fasciava una corporatura solida e temprata da anni di gestione spietata di aziende agricole e immobili di lusso. Aveva gli stessi occhi infossati del padre, ma nei suoi non c’era traccia della stanchezza dei novant’anni; c’era solo un fuoco freddo, calcolatore, lo sguardo di chi era abituato a possedere tutto ciò su cui posava gli occhi.

Cayetano si chinò lentamente sulla sedia a rotelle di cuoio marrone del padre. Don Ramón sollevò il mento con fatica, i muscoli del collo tesi come corde di violino. Per un lunghissimo istante, padre e figlio si fissarono in silenzio. Nessun saluto affettuoso, nessuna carezza. Tra di loro c’era un abisso scavato da decenni di silenzi, aspettative tradite e una lotta silenziosa per il potere che durava da quando Cayetano aveva preso le redini dell’impero di famiglia.

— Padre — disse Cayetano, con un tono che oscillava tra il rimprovero e una strana forma di cautela. — La dottoressa Alvarez ha detto che dovresti riposare. Non hai bisogno di queste distrazioni.

Don Ramón soffiò un respiro pesante, l’aria che usciva sibilante dalle labbra screpolate. Con un movimento lentissimo, la sua mano nodosa, macchiata dal tempo, indicò Rocío, che era rimasta in un angolo, trattenendo il respiro.

— Lei… non è una distrazione, Cayetano — gracchiò il vecchio, con una voce che sembrava raschiare la pietra. — Lei… è l’unica che ricorda chi sono. Gli altri… gli altri vedono solo un testamento in attesa di essere aperto.

Un brivido impercettibile percorse la schiena di Villalobos. I suoi occhi saettarono per una frazione di secondo verso Cayetano, cercando di intercettare la sua reazione. Ma l’espressione del figlio maggiore era rimasta impassibile, una maschera di granito.

— Va bene, Rocío — disse Cayetano senza distogliere lo sguardo dal padre. — Riporta la ciotola in cucina. E stanotte… rimani di guardia fuori da questa porta. Voglio che nessuno entri, tranne l’infermiera delle tre. Hai capito?

— Sì, signore — rispose la ragazza con un fil di voce, inchinandosi appena prima di sgusciare via lungo il corridoio, stringendo la porcellana al petto come uno scudo.

Capitolo II: L’ombra nello studio
Tre giorni prima, la pioggia aveva battuto con violenza sorda sui vetri blindati dello studio privato di don Ramón, al pianterreno della villa. Quella stanza era il sancta sanctorum della casa: pareti rivestite in legno di noce scuro, scaffali colmi di volumi di giurisprudenza e registri catastali risalenti agli anni Sessanta, e una pesante scrivania in stile impero che odorava di cera d’api e tabacco vecchio.

A quell’ora della notte, la villa dormiva. O almeno così credevano tutti.

Il notaio Ernesto Valdés, un uomo basso, con occhiali dalla montatura tartarugata e una ventiquattrore in pelle consunta, sedeva di fronte alla poltrona di don Ramón. Le sue mani tremavano leggermente mentre stendeva sul mogano un foglio di carta filigranata, stampato con i sigilli ufficiali dello Stato e la firma autenticata dal collegio notarile di Madrid.

— Don Ramón, ripensateci — aveva mormorato Valdés, abbassando la voce quasi temesse che i lampadari potessero ascoltare. — Una disposizione di questo tipo… beh, sovvertirà ogni regola non scritta della vostra famiglia. Cayetano non lo accetterà mai pacificamente. E la signora Villalobos… non parliamone.

Il vecchio aveva fatto un cenno impaziente con la mano, zittendolo. Aveva gli occhi cerchiati di nero, ma brillavano di una luce feroce, la stessa che cinquant’anni prima gli aveva permesso di costruire un impero immobiliare partendo da un piccolo negozio di ferramenta nella periferia della capitale.

— Valdés — aveva risposto don Ramón con un filo di voce, ma con un’autorità che non ammetteva repliche. — Non mi importa più di ciò che accetterà Cayetano. Mio figlio ha ereditato la mia ambizione, ma ha dimenticato la mia anima. Ha trasformato questa famiglia in una corporazione senz’anima, dove le persone sono solo numeri da bilancio. E quanto a quella donna… Clotilde pensa di essere la padrona di questo tetto solo perché conosce dove metto le chiavi della cassaforte. Ma si sbaglia.

Il vecchio aveva preso la penna stilografica con il pennino in oro, una Montblanc pesante che pesava come un macigno tra le sue dita rigide.