CAPITOLO 5: IL COLORE DELLA LIBERTÀ

Quando il rumore del taxi svanì in lontananza, inghiottito dalle colline, il silenzio tornò a regnare nel cortile della villa.

Mi sedetti sulla sedia di ferro battuto. Le mie mani tremavano leggermente. Non di paura, ma dell’adrenalina che scema dopo un incidente scampato. Isabella mi versò subito un bicchiere d’acqua fredda, appoggiando una mano comprensiva sulla mia spalla.

“Tutto bene, signora Eleanor?” mi chiese dolcemente.

“Sì, Isabella,” sospirai, prendendo un lungo sorso. “È finita. Davvero, questa volta è finita per sempre.”

Pochi minuti dopo, Lorenzo tornò sotto il pergolato. Si sedette accanto a me, prendendo la mia mano tra le sue. Il suo palmo era caldo e ruvido, solido come le radici di una quercia.

“È andato,” disse semplicemente. “Ha pianto per tutto il tragitto fino al cancello, maledicendo l’Italia, l’avvocato, l’universo. E te.”

“Me l’aspettavo,” risposi, guardando il bicchiere di Vin Santo sul tavolo. “Era venuto per rimettermi il guinzaglio. Non per scusarsi.”

Lorenzo mi scrutò il viso con i suoi occhi profondi. “Sei stata molto dura. E sei stata molto coraggiosa. Molte madri avrebbero ceduto, avrebbero svuotato il conto in banca per salvarlo.”

“Io l’ho già salvato abbastanza volte,” mormorai. “E ogni volta che lo facevo, lui diventava più avido e io diventavo più piccola. L’amore materno non deve essere una condanna a morte. Ti insegnano che devi sacrificarti fino all’ultima goccia di sangue per i tuoi figli. Ma cosa succede quando tuo figlio è un vampiro? Devi lasciarti dissanguare per essere considerata una buona madre?”

“No,” rispose Lorenzo con fermezza, portandosi la mia mano alle labbra e baciandone il dorso. “A sessantadue anni, Eleanor, ti sei guadagnata il diritto di appartenere solo a te stessa.”

Guardai Lorenzo negli occhi. Per la prima volta, capii che la vita non doveva finire dopo la vedovanza o dopo che i figli se ne andavano di casa. La società, David, Jessica… tutti volevano incasellarmi, volevano che facessi da comparsa nelle loro vite per poi sparire dietro le quinte quando diventavo scomoda.

Ma io avevo preso il controllo della sceneggiatura.

Il sole iniziò a tramontare dietro le colline della Val d’Orcia, tingendo il cielo di sfumature arancioni, viola e rosa pastello. La pietra della villa rifletteva una luce calda e accogliente. Il profumo del basilico e della lavanda si levava dal giardino, spinto da una leggera brezza serale.

“Isabella,” dissi, voltandomi verso la donna che ci stava sorridendo. “Credo che questa sera non ceneremo. Abbiamo pranzato troppo. Ma…”

Mi alzai, sentendo le mie ossa forti, il mio respiro regolare, il mio spirito finalmente disintossicato.

“…credo che andrò in studio a dipingere per un po’. Voglio catturare questa luce sul cielo prima che scompaia.”

“Vengo ad aiutarti a preparare i colori,” si offrì Lorenzo, alzandosi con me.

Mentre camminavamo verso il piccolo annesso che avevo trasformato nel mio studio d’arte, sentii un senso di pace assoluta, profonda e inattaccabile.

David e Jessica avrebbero continuato la loro spirale di distruzione a diecimila chilometri di distanza. Avrebbero affrontato tribunali, creditori, notti insonni, lottando nel fango che si erano creati da soli. E forse, un giorno molto lontano, David avrebbe capito la lezione che avevo cercato di insegnargli. Forse si sarebbe riscattato. O forse no.

Ma la sua salvezza non era più un mio compito. Il mio compito, ora, era la mia felicità.

Entrai nello studio. La tela bianca mi aspettava sul cavalletto. Lorenzo preparò la tavolozza, spremendo grumi di rosso cadmio, blu oltremare e bianco di titanio.

Presi il pennello in mano. Non sentii il peso del passato, né l’ombra del sugo caldo, né l’eco di risate crudeli. Sentii solo l’energia creativa che scorreva dal cuore alle dita.

Eleanor Brooks era morta nella sala da pranzo di una grande casa americana, sommersa dai doveri e dall’umiliazione. Ma la donna che ora tracciava la prima pennellata dorata su quella tela, in una villa tra le colline toscane, era appena nata. E non avrebbe mai più permesso a nessuno di dirle dove sedersi.