Gli anni successivi scorsero come un fiume tranquillo, increspato solo da piccole gioie quotidiane. La mia casa, il motivo per cui tutto era iniziato, continuò a essere il baricentro del mio universo. Ogni volta che varcavo la soglia, provavo la stessa emozione della prima volta. Il parquet in rovere si arricchì dei graffi lasciati dal cane di Arthur e dai passi dei miei amici. Il giardino maturò, i rampicanti avvolsero il portico, creando un rifugio verde e profumato.

A settantacinque anni, mentre siedo in questa casa che è diventata il mio monumento personale, ripenso a quella giovane vedova spaventata che credeva che il suo dovere fosse annullarsi per il bene altrui. Ripenso a Sarah, con il suo volto contorto dall’avidità, e sorrido. Se non fosse stato per la sua mostruosa pretesa, forse non avrei mai trovato il coraggio di piantare i piedi a terra. Forse sarei rimasta per sempre la “vecchia madre” accomodante, sacrificando i miei anni d’oro in nome di una falsa idea di famiglia.

Questa casa mi ha insegnato la lezione più importante della mia vita: l’egoismo non consiste nel vivere come si desidera, ma nel pretendere che gli altri vivano come desideriamo noi. Le mie quattro camere da letto non sono mai state uno spreco di spazio. Sono state il grembo all’interno del quale sono rinata. E finché avrò fiato in corpo, continuerò a dipingere, ad amare, a camminare a testa alta sui miei pavimenti di legno, padrona assoluta del mio destino, regina indiscussa del mio regno luminoso.