Quando entrò in casa, l’appartamento, arredato con pezzi di design freddi e minimalisti, le sembrò improvvisamente enorme e vuoto. Si lasciò scivolare contro la porta d’ingresso, stringendosi le ginocchia al petto, e finalmente, lontana dagli sguardi di tutti, scoppiò in un pianto isterico e disperato.
Nei giorni successivi, Victoria credette che la situazione potesse essere risolta. In fondo, era una delle migliori store manager di Milano. Aveva contatti. Aveva una rubrica piena di numeri di direttori di altri grandi marchi del lusso. Si sedette alla sua scrivania di cristallo, aprì il computer e iniziò a mandare email. Chiamò colleghi, cacciatori di teste, direttori delle risorse umane.
Ma la rete del lusso è un club piccolo e pettegolo. E nessuno, in quel club, voleva sfidare l’ira della famiglia De Luca.
“Victoria, mi dispiace,” le disse al telefono il direttore di una nota maison francese, un uomo con cui aveva cenato in ristoranti stellati solo due settimane prima. “La voce si è sparsa. Quello che hai fatto all’erede dei De Luca… è imperdonabile. Sei una passività per le pubbliche relazioni. Nessun marchio di prima fascia ti assumerà mai più.”
“Ma io non sapevo chi fosse!” gridò Victoria, la voce rotta dalla disperazione. “È una follia! Sarei un’ottima risorsa per voi!”
“Il problema non è che non sapevi chi fosse, Victoria. Il problema è che lo hai fatto. Addio.” Il clic della comunicazione interrotta suonò come una campana a morto.
Le settimane si trasformarono in mesi. Il conto in banca di Victoria, un tempo florido ma costantemente prosciugato dal suo stile di vita al di sopra delle righe (abiti firmati, cene, vacanze a St. Moritz per farsi vedere con le persone giuste), iniziò a svuotarsi rapidamente. Le rate del mutuo si accumulavano. La società di leasing venne a ritirare la sua auto sportiva, lasciandola a piedi sotto lo sguardo giudicante dei vicini.
Per la prima volta nella sua vita adulta, Victoria sperimentò il terrore della povertà. Quello stesso terrore, quella stessa vulnerabilità che aveva disprezzato in Chloe quella fatidica mattina.
Provò a candidarsi per marchi di fascia media, poi per negozi di abbigliamento commerciale, ma il suo curriculum era “troppo qualificato” e, al tempo stesso, macchiato dalla lettera di referenze inesistente. Iniziò a vendere i suoi vestiti di marca online, pezzo dopo pezzo. Ogni borsa venduta era un pezzo della sua identità che se ne andava. Spogliata del suo sfarzo, chi era Victoria? Guardandosi allo specchio, senza trucco e con i capelli in disordine, vedeva solo una donna spaventata e sola. I suoi presunti “amici”, quelli che bevevano il suo champagne nel privé della discoteca, erano spariti non appena i rubinetti del denaro e del potere si erano chiusi.
“I soldi definiscono tutto,” aveva urlato a Chloe.
Ora che non aveva più soldi, si rese conto dell’agghiacciante verità delle sue stesse parole: se basi tutto il tuo valore sul denaro, quando il denaro sparisce, tu diventi niente.
Un freddo mattino di novembre, a sei mesi dal licenziamento, Victoria varcò la porta di un piccolo supermercato di periferia. Non indossava seta, ma un vecchio piumino sbiadito. Andò dritta verso l’ufficio del direttore.
“Ho bisogno di un lavoro,” disse, tenendo lo sguardo basso, l’orgoglio ormai completamente sbriciolato. “Qualsiasi cosa. Scaffalista, cassiera, pulizie. Vi prego.”
Il direttore, un uomo grassoccio e stanco, lesse rapidamente il suo curriculum. Alzò un sopracciglio. “Dalla direzione di una boutique d’alta moda a sistemare scatole di pelati? È uno scherzo?”
“No,” sussurrò Victoria, una lacrima solitaria che le rigava il viso smunto. “Ho fame.”
Il Nuovo Impero
Dall’altra parte della città, nell’attico direzionale della Maison De Luca, Chloe stava firmando una pila di documenti. Dalla vetrata del suo ufficio poteva dominare l’intero skyline di Milano. Suo padre, Alessandro, era seduto sulla poltrona di pelle di fronte a lei, sorseggiando un espresso.
“Hai fatto piazza pulita in questi mesi, Chloe,” disse l’anziano patriarca, un sorriso orgoglioso sotto i baffi grigi. “Il fatturato non è calato, ma l’umore nei nostri negozi è cambiato. Non sembra più di entrare in un covo di vipere.”
Chloe chiuse la penna stilografica e sospirò. “Il lusso deve essere un’esperienza di bellezza, papà. E non c’è bellezza nell’arroganza. Abbiamo licenziato quindici manager in tutto il mondo da quando ho preso le redini. Tutte persone che credevano che il nostro marchio desse loro il diritto di guardare gli altri dall’alto in basso.”
“E hai istituito il nuovo programma di formazione.”
“Sì. La De Luca Academy,” sorrise Chloe. “Ora, prima di poter vendere una borsa, ogni nostro dipendente deve passare due settimane a lavorare nelle mense dei poveri finanziate dalla nostra fondazione. Devono imparare a servire gli ultimi prima di poter servire i primi. Se non sai versare un piatto di minestra calda a un senzatetto guardandolo negli occhi con rispetto, non sei degno di versare champagne a un re.”
Alessandro annuì lentamente. “È una filosofia rischiosa nel nostro settore.”
“Ma è quella giusta,” rispose Chloe con fermezza. “La Contessa Eleonora è venuta a fare acquisti ieri. Mi ha detto che finalmente i nostri negozi respirano.”
Tuttavia, un’ombra attraversò il viso di Chloe. Non riusciva a togliersi dalla testa Victoria. Pur avendo agito per giustizia, l’immagine del volto terrorizzato della donna mentre veniva trascinata via la perseguitava in alcune notti silenziose. Chloe non era vendicativa per natura. Credeva nella disciplina, ma anche nella redenzione. Si chiedeva spesso dove fosse finita Victoria. Se avesse imparato la lezione o se si fosse semplicemente incattivita, maledicendo il destino.
“Stai pensando a lei, vero?” le chiese il padre, leggendole i pensieri come aveva sempre fatto sin da quando era bambina.
“Sì. A Victoria. Mi chiedo se abbiamo fatto la cosa giusta a distruggerla completamente.”
Alessandro si alzò, avvicinandosi alla figlia e posandole una mano ruvida sulla spalla. “Non l’hai distrutta, Chloe. Le hai tolto un’armatura avvelenata. Quello che succederà ora alla sua anima dipende solo da lei. Il dolore è un grande insegnante, ma sta all’alunno decidere se imparare o se abbandonare la scuola.”
Tre Anni Dopo – Il Crocevia
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