«Tieni duro, Clara», sussurrò il dottor Vance, afferrandomi la mano con una presa salda, incrollabile. «Io non vado da nessuna parte. Vengo con te in sala. Sei nelle migliori mani che questo continente possa offrire. Te lo giuro sulla mia vita.»
Mentre la barella veniva sollevata di scatto e le cinghie venivano assicurate, Brenda fece un tentativo disperato, patetico, di rientrare nella scena. Si avvicinò con le mani giunte al petto, gli occhi lucidi di un terrore puro e incontrollabile.
«Dottor Vance… io… io non sapevo… è stato un incidente tragico, stavo solo pulendo la sedia, il pavimento era scivoloso… Clara è la moglie del mio adorato figlio, non farei mai del male al mio nipotino…»
Il dottor Vance si alzò in piedi. Si sistemò con calma il maglione di lana, pulendosi la polvere dai pantaloni con un gesto lento. Poi alzò lo sguardo su di lei. Non c’era rabbia sul suo volto; c’era solo un disgusto assoluto, scientifico, definitivo.
«Risparmi il fiato, signora Bennett», disse con voce chiara, abbastanza alta da essere udita distintamente dalle decine di persone che affollavano il corridoio. «Ha appena commesso un tentato duplice omicidio premeditato con futili motivi davanti a me e a due telecamere di sicurezza ad alta definizione posizionate esattamente sopra quel pilastro.»
Brenda alzò lo sguardo verso il soffitto, notando per la prima volta l’occhio nero e implacabile della telecamera a circuito chiuso con la luce rossa fissa. Le sue gambe cedettero; dovette aggrapparsi al tavolo per non crollare a sua volta sul pavimento.
«Sterling», ordinò Vance senza voltarsi indietro. «Chiama la sicurezza centrale dell’ospedale e il dipartimento di polizia di Chicago. Fai bloccare immediatamente le registrazioni video dell’ultima ora e sigillale come prova giudiziaria. E assicurati che questa donna non metta piede fuori da questa stanza fino all’arrivo degli agenti in divisa. Se fa un solo passo verso l’uscita, la sicurezza ha l’ordine di bloccarla a terra per flagranza di reato grave.»
«Subito, dottore», rispose Sterling con una durezza che Brenda non aveva mai visto sul volto del suo medico di fiducia.
«Dottor Vance, la prego!», gridò Brenda, mentre due guardie di sicurezza armate entravano a passo di carica nella caffetteria posizionandosi ai suoi lati. «Mio figlio… l’azienda di mio figlio…»
«L’azienda di suo figlio ha chiuso ogni rapporto commerciale con questo ospedale e con tutte le fondazioni a esso collegate esattamente trenta secondi fa», tagliò corto Vance, voltandosi e incamminandosi al fianco della mia barella verso gli ascensori d’emergenza. «E per quanto riguarda lei, mi assicurerò personalmente che il miglior collegio difensivo del Midwest non riesca a trovarle un solo giorno di libertà condizionata per i prossimi quindici anni.»
Le porte dell’ascensore si chiusero con un suono sordo, tagliando fuori le urla isteriche di Brenda che cominciavano a trasformarsi nei singhiozzi disperati di una donna che aveva appena visto il suo intero mondo di privilegi sgretolarsi nel fango.
Il corridoio del reparto di chirurgia d’urgenza scorreva sopra di me come una sequenza confusa di luci al neon, tubi d’ossigeno e volti mascherati che impartivano istruzioni a raffica.
«Pressione novanta su sessanta e in discesa rapida!»
«Avviate due accessi venosi di grosso calibro con Ringer Lattato!»
«Contrazione uterina tetanica, battito fetale a ottantacinque… è in sofferenza acuta da ipossia!»
«Portate dentro il monitor per l’ecografia intraoperatoria, subito!»
Sentivo freddo. Un freddo polare, cavernoso, che partiva dal bacino e saliva verso la gola. Il dolore alla schiena era mutato in una morsa sorda e soffocante, mentre un sudore gelido mi bagnava la fronte e i capelli. La mano del dottor Vance era ancora lì, stretta attorno alle mie dita intorpidite.
«Clara, ascoltami», mi disse chinandosi sulla barella mentre entravamo a gran velocità nella sala operatoria numero tre. L’odore di metallo sterile, alcol e iodio invase le mie narici. «Ti addormenteremo adesso con un’anestesia generale d’urgenza. Non c’è tempo per l’epidurale; dobbiamo tirare fuori la bambina prima che il bacino comprima ulteriormente i vasi iliaci. Farò entrare la migliore squadra di ostetricia e mi occuperò io stesso della ricostruzione ossea della pelvi. Quando ti sveglierai, tua figlia sarà al sicuro. Hai capito? Devi fidarti di me.»
«Mark…», riuscii a mormorare tra le lacrime, con il labbro inferiore che tremava incontrollabilmente. «Dov’è Mark…?»
«Qualcuno ha già avvisato tuo marito. Ma adesso non pensare a niente. Pensa solo al battito del cuore della tua bambina. Lasciati andare.»
Un’infermiera mi posò una maschera trasparente sul viso. Un aroma dolciastro, chimico, mi invase i polmoni. Cercai di lottare per un ultimo secondo, terrorizzata dall’idea di chiudere gli occhi e non svegliarmi mai più, ma la voce calma e ferma del dottor Vance continuò a risuonare nel buio imminente come un faro nella nebbia: «Ci sono io, Clara. Sei a casa.»
Poi, il silenzio assoluto inghiottì ogni cosa.
Il risveglio non fu improvviso, ma una lenta, faticosa riemersione da un abisso nero e viscoso.
Il primo senso a tornare fu l’udito: il bip sommesso, ritmico e costante di un monitor multiparametrico, il fruscio ritmato di un respiratore automatico a qualche metro di distanza e il rumore della pioggia che batteva con insistenza contro una lastra di vetro spesso.
Poi venne l’odore: disinfettante, cotone sterilizzato e una nota sottile di lavanda.
Aprii gli occhi a fatica. La luce nella stanza era soffusa, filtrata da veneziane parzialmente abbassate. Ero in una stanza singola della terapia intensiva, collegata a tre fleboclisi e con una gabbia metallica montata sopra il letto che sollevava le lenzuola per evitare che toccassero il mio bacino completamente immobilizzato da un complesso tutore esterno e fasciature rigide.
«Clara?»
La voce proveniva dal lato destro del letto. Girai la testa con uno sforzo immane, sentendo il collo rigido e indolenzito.
Mark era seduto su una poltrona reclinabile accanto a me. I suoi capelli castani erano spettinati, gli occhi cerchiati di rosso da ore di pianto ininterrotto, la cravatta slacciata e la camicia stropicciata come se avesse passato la notte accartocciato su quella sedia. Aveva l’aria di un uomo reduce da un bombardamento aereo.
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