Álvaro Mena, muovendosi con un’agilità inaspettata per un uomo in completo grigio, la spinse violentemente a terra.
L’avvocato la coprì con il proprio corpo un istante prima che una raffica ininterrotta di proiettili automatici crivellasse le pareti dell’appartamento.
Il rumore assordante degli spari coprì le urla di terrore dei vicini e il suono persistente dell’allarme di sicurezza.
Il respiro dell’uomo si spezzò all’improvviso contro la spalla di Lucía, seguito da un gemito sordo, umido e gutturale.
Lucía sentì il calore denso e appiccicoso del sangue di Álvaro bagnarle lentamente la camicia bianca.
Il peso del corpo dell’avvocato divenne inerte e terribilmente freddo sopra di lei in pochi secondi.
Non c’era alcun tempo utile per urlare, né c’era alcuno spazio logico per piangere la morte tragica di un uomo sconosciuto.
L’anello di platino al suo dito continuava a lampeggiare con estrema insistenza, pulsando con una luce rossa al ritmo del suo cuore terrorizzato.
Una voce metallica e fredda risuonò dal cortile sottostante, ordinando a un gruppo numeroso di assalitori armati di irrompere immediatamente nell’edificio.
Senza pensare alle conseguenze e guidata unicamente dal primordiale istinto di sopravvivenza, Lucía si sfilò le scarpe per non fare il minimo rumore.
Strisciò faticosamente da sotto il cadavere immoto di Álvaro, sporcandosi le mani pallide e le ginocchia del suo sangue scuro.
Si diresse rapidamente verso la porta di servizio della vecchia cucina, l’unica via di fuga secondaria che non era visibile dal grande ventanal distrutto dai proiettili.
Sapeva per assoluta e spaventosa certezza che la misteriosa organizzazione chiamata Fundación Horizonte non avrebbe mai lasciato testimoni scomodi in vita dietro di sé.
Uscì in silenzio nel corridoio buio del condominio e corse giù per le vecchie scale di emergenza in ferro battuto.
Scivolò pericolosamente nell’umidità opprimente della notte madrilena, cercando di non farsi individuare dalle torce tattiche nemiche.
La pioggia fredda e tagliente le sferzava il viso senza alcuna pietà divina o climatica.
Tuttavia, il caos travolgente all’interno della sua mente disperata era di gran lunga molto più assordante della furiosa tempesta reale.
Doveva a tutti i costi, anche a costo di perdere la vita, raggiungere immediatamente la fantomatica cassetta di sicurezza bancaria di cui aveva parlato Álvaro pochi istanti prima di morire.
Raggiunse la stazione della metropolitana abbandonata più vicina correndo come un fantasma tra i vicoli stretti della città.
Si nascose sapientemente tra le ombre tremolanti dei lampioni guasti e i mendicanti innocenti e infreddoliti addormentati sui fragili cartoni umidi.
Passò l’intera e lunghissima notte nascosta a chiave all’interno dei bagni pubblici sporchi di una stazione dei treni periferica.
Trascorse le ore fissando nel vuoto totale le piastrelle logore, incrinate e sporche di muffa grigia delle pareti scrostate.
Il mattino seguente, pallida in volto e con i vestiti stropicciati ancora palesemente macchiati di sangue scuro ed essiccato, entrò con il cuore in gola nella grande filiale bancaria indicata cripticamente nella strana lettera del defunto consorte.
L’impiegato allo sportello blindato la guardò con estremo, insopportabile e fastidioso sospetto per via del suo aspetto disordinato.
Eppure, il favoloso anello antico e pesante in platino che lei portava al dito non era affatto solo un antico gioiello raro e molto costoso di antiquariato.
L’enorme diamante incastonato magistralmente al centro nascondeva infatti una sofisticata chiave biometrica avanzata e un moderno microchip governativo.
Il dispositivo tecnologico in miniatura aprì immediatamente e senza fare alcuna superflua o imbarazzante domanda di sicurezza una massiccia, fredda e pesante scatola di solido metallo brunito posizionata al centro esatto dell’inaccessibile caveau svizzero blindatissimo e sotterraneo.
All’interno nascosto e polveroso della capiente cassetta personale c’era adagiato su un morbido panno di velluto un tablet nero opaco di modernissima e nuovissima e insospettabile ultima generazione militare tattica operativa molto sofisticata e avanzata e potente.
Vicino a esso riposava, con minacciosa e letale silenziosità mortifera assoluta, una robusta pistola modello Glock nera accuratamente caricata con un numero elevatissimo di proiettili veri, pronti e inesorabili letali e potenti di grosso e devastante medio calibro perforante.
Accanto alle due inquietanti scoperte precedenti spiccava infine anche un’altra cosa molto strana e polverosa, ossia una spessa e voluminosissima cartella di consunta e pregiata pelle marrone logora dall’incessante passaggio del tempo.
Quella misteriosa e affascinante cartella d’altri tempi conteneva sorprendentemente, esattamente, fedelmente e precisamente l’enorme ammontare di ben sessantatré fascicoli stampati fittamente su spessa carta inesorabilmente e irrimediabilmente ingiallita dall’usura e dalla polvere dei molti decenni passati in solitudine e oblio profondo e assoluto.
Lucía si sedette immediatamente, molto stanca e ancora visibilmente scossa dagli orrori letali notturni inenarrabili vissuti poche decine di ore e di tragici minuti or sono fatali e decisivi.
Scelse un tavolino piccolo e appartato di un povero bar isolato, malmesso e mal frequentato situato nell’estrema e poverissima e assai abbandonata periferia industriale malinconica e spopolata dell’immensa e maestosa capitale spagnola sonnolenta.
Accese rapidamente il moderno e oscuro tablet militare utilizzando con mani estremamente fredde, nervose, sudaticce, sofferenti, incredule, indebolite e disperatamente tremanti le lunghe dita piene zeppe delle minuscole cicatrici dolorose e sanguinanti da vesciche scoppiate in mano provocate dal lavoro manuale frenetico faticoso letale logorante estenuante dolorosissimo e massacrante svolto nel campo cimiteriale poco prima dell’alba e iniziò subito a leggere la verità crudele.
Iniziò a sfogliare ossessivamente i file di testo letali e mortiferi carichi di segreti spaventosi e folli che avrebbero di sicuro distrutto la sua precaria sanità emotiva.
Ogni pagina elettronica nascosta rivelava atrocità insostenibili per un animo puro come il suo.
Quei maledetti e mostruosi sessantatré spessi fascicoli orrendi e spaventosi di pura sofferenza umana senza sconti di pena e senza pietà divina corrispondevano a sessantatré infelici bambini, in gran parte poveri orfani, strappati ingiustamente in tenerissima età.
I piccoli venivano prelevati da famiglie disperate per diventare cavie umane.
La spietata Fundación Horizonte non cercava cure miracolose per gravi malattie come annunciava in televisione e sui giornali compiacenti e manipolati per fare ottima e costosa pubblicità propagandistica pubblica falsa falsa finta menzognera al mondo intero.
Cercava disperatamente di creare una generazione di mostri perfetti senza emozioni.
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