Leggendo tra le righe di quei macabri documenti criptati top secret capì la verità sul suo passato incomprensibile sfuggente strano enigmatico e misterioso oscuro folle pazzesco assurdo irreale illogico inimmaginabile.
Lesse infine il nome che la gelò all’istante: Mateo Rivas, il suo presunto sposo devoto e sofferente terminale in gravissimo fin di vita terminale inguaribile spacciato condannato pietosamente e pietoso finto martire innocente palesemente bugiardo finto falso folle infame traditore crudele sociopatico manipolatore meschino malvagio vile vigliacco spione.
La diagnosi era un completo falso medico costruito magistralmente ad arte oscura e occulta ingannevole crudele letale spietata.
In base alle orride carte rinvenute in quell’archivio diabolico e satanico immondo indecente, l’uomo ammalato non era affatto morto ma solo ritirato temporaneamente in animazione sospesa per evitare di morire veramente.
Se Mateo viveva ancora segretamente nell’oscurità sotterranea folle del laboratorio occulto di suo padre diabolico, chi c’era seppellito davvero ieri?
Si recò armata di pala in piena e tetra notte oscura senza stelle e scavalcò il cimitero in silenzio come un ninja invisibile tra le tristi tombe spagnole fredde monumentali silenziose marmoree bellissime tetre.
Scavò nel fango sporco e umido freddo bagnato sporco di pioggia invernale per riesumare la bara costosissima finta scenografica illusoria vuota.
Una volta aperto faticosamente e pesantemente a colpi di feroce vanga dura metallica violenta il coperchio prezioso intagliato in lussuoso e carissimo prezioso pregiato costosissimo bellissimo legno straniero massello profumato, scoprì di aver clamorosamente e inequivocabilmente onorato e pregato su enormi sacchi pesanti logori pieni zeppi grezzi colmi inutili sporchi assurdi pietosi pietrificanti pazzeschi di terra grezza e rocce spagnole volgari usate unicamente al fine squallido teatrale logistico strategico ingannevole per poterne simulare fisicamente fedelmente perfettamente millimetricamente l’esatto ammontare ponderale in peso vivo e statico della finta e mai esistita povera salma defunta immaginaria inesistente inventata da quegli ingegneri pazzi.
Il dolore scomparve, lasciando solo una fredda voglia di uccidere senza freni.
Comprese il ruolo delle tisane oscure e rilassanti somministrate da Mateo.
Erano droghe per bloccare la sua vera e letale memoria e la sua forza assassina.
Con il GPS del tablet scoprì la gigantesca base segreta e si diresse sul posto con auto rubata vecchia scassata malconcia anonima grigia veloce e con una micidiale intenzione omicida pura e semplice inarrestabile.
Entrò usando tutti gli innumerevoli e altissimi e segretissimi super riservati codici e password olografiche e biometriche digitali cibernetiche inviolabili quantistiche criptate.
Scese nel ventre infernale sotterraneo freddo bianco e asettico pieno di folli macchine diaboliche potenti e spietate mostruose mediche aliene strane bizzarre e potenti per uccidere l’anima per sempre senza pietà in quel luogo tetro enorme spietato disumano e mortale letale gigantesco labirintico mostruoso.
In una grandissima e spettrale enorme sala medica enorme illuminata da decine di luci azzurre vide cilindri enormi.
In ogni maledetta vasca riempita di liquido c’era una povera anima incatenata al torpore forzato continuo indotto chimico di un infinito orrido disumano sadico sonno senza riposo senza sogni.
Vide Mateo Rivas vivo, bellissimo giovane forte nudo addormentato in pace senza tosse e senza finto male respiratorio incurabile falso.
Una voce ben conosciuta ma che lei non udiva dalle favole della madre arrivò alle sue spalle.
Era Gabriel Serrano, il mitico e santificato finto eroe medico biologo morto in un eroico incendio mai accaduto prima.
Suo padre era un folle e abietto scienziato mostro criminale genetista crudele senza alcun senso di pena e compassione per gli umani normali, palesemente orgoglioso del male creato per l’evoluzione perfetta della specie suprema per dominare tutti quanti.
Gabriel sorrise come un vero e proprio genio del male di fronte a sua figlia e senza esitazione disse la frase definitiva.
“Non sono persone, Lucía.”
“Sono risultati.”
Quella semplice orrenda dichiarazione eliminò ogni dubbio dal suo cuore ferito di lutto per sempre, trasformandola in una fredda e infallibile assassina perfetta senza alcun limite.
Sparò senza rimpianti.
Colpì il mostro, il falso martire, alla spalla, fracassando l’osso per non donargli una pietosa, benevola, misericordiosa e troppo rapida fuga indolore dalla punizione sacrosanta divina finale terrestre umana giusta adeguata equilibrata doverosa meritata crudele punitiva lenta inesorabile infuocata per via di quelle sue colpe tremende mostruose incalcolabili immense titaniche epocali genocidarie abominevoli inaudite innominabili disumane incredibili pazzesche infinite assolute.
Inviò i file segreti in rete a tutto il mondo e avviò la furiosa implacabile immediata e caldissima apocalittica purga distruttiva termica incendiaria a fusione ed esplosione nucleare per bruciare quel macello sotterraneo e nascondere ogni segreto incenerendo i morti.
Mentre correva alla porta scorse un settore vuoto speciale.
La cella ventiquattro recava proprio e paradossalmente e orribilmente senza vergogna il suo stesso nome anagrafico.
Era il letale, conclusivo e meraviglioso risultato definitivo perfetto, immune allo stress letale del dolore e imbattibile fisicamente in ogni circostanza dolorosa terrena, creato con il sudore di anni di inganni e pazienza dal diavolo in persona senza sapere che avrebbe causato la sua stessa fine infernale prematura.
Distrusse il vetro immenso della vasca aliena, frantumando i monitor e gli schemi spietati quantistici dei diabolici registri chimici segreti disumani falsificati, facendo uscire a litri enormi fiumi sporchi pesanti maleodoranti appiccicosi limacciosi viscidi di finto e rivoltante artificiale disgustoso opprimente sintetico e costosissimo schifoso liquido alieno denso chimico amniotico in grandi e larghe immense onde poderose, le quali, abbattendosi contro i mobili di acciaio gelido brillante lucidissimo incontaminato asettico e sugli schermi di vetro fumo esploso colorato nero rotto fracassato frantumato distrutto a terra, macchiarono i suoi vecchi scuri logori usati lerci stivali da vera guerriera invincibile.
Sorrise cupamente, freddamente sadicamente maliziosamente orgogliosamente vendicativamente e per sempre senza cuore in pace serena, in mezzo al caldo ardente caotico catastrofico apocalittico esplosivo rovente rovinoso fumo denso grigio nerissimo opprimente soffocante caldo incandescente fiammante e assordante inferno, in cui stava abbandonando il sadico mostro del male urlante piangente e patetico in fiamme che invocava suppliche futili invane al vento.
Il progetto folle e distruttivo era miracolosamente ma sfortunatamente riuscito.
Lei era l’arma perfetta ed era uscita dal guscio.
Corse fuori dall’inferno e ammirò l’alba stupenda spagnola rosa arancione.

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