«I russi,» mormorò Elena, ricordando le cene a cui era stata costretta a partecipare, sorridendo a uomini dagli sguardi di ghiaccio e dalle mani pesanti.
«Sì. Gli oligarchi non perdonano chi gioca con i loro capitali. Riccardo passerà il resto della sua miserabile vita a guardarsi le spalle, persino in prigione.» Valeria le sorrise. «Ma questo non deve più riguardarti. Noi stiamo guardando avanti.»

Ma Valeria Rossi sapeva che l’arroganza dei mostri ha sempre code lunghe. Anche se Riccardo era neutralizzato, i “lupi” a cui aveva aperto i cancelli erano predatori abituati a prendere ciò che volevano, a qualsiasi costo. E se i soldi erano spariti, qualcuno avrebbe dovuto pagare.

Il segnale d’allarme scattò un martedì notte. Non era un allarme acustico, ma un’impercettibile variazione di tensione nei sensori sismici perimetrali sepolti sotto la neve, a un chilometro dalla baita. Il terminale portatile di Valeria si illuminò di rosso.
Si alzò in assoluto silenzio. Elena dormiva profondamente nella stanza al piano superiore. Valeria scivolò nell’oscurità del corridoio, aprì l’armadietto d’acciaio e iniziò a vestirsi. La mimetica da neve, il giubbotto in kevlar, l’auricolare tattico, il visore notturno. Estrasse una Heckler & Koch MP7 silenziata e una lama da combattimento ravvicinato.

I russi non avevano inviato semplici sicari, avevano inviato professionisti.
Valeria controllò il monitor. Erano tre. Si muovevano in formazione tattica a cuneo, equipaggiati per il freddo estremo, risalendo il crinale boscoso verso la baita. Evidentemente, uno degli agganci di Riccardo nel mondo della sicurezza privata aveva venduto la posizione del rifugio per salvarsi la vita. Pensavano di trovare la moglie dell’uomo che li aveva truffati, da usare come leva o come vendetta. Pensavano di trovare una ragazza indifesa e, al massimo, una guardia del corpo statale.
Non sapevano di stare camminando direttamente nella tana di un predatore Alfa.

Valeria uscì da una botola sul retro della baita, scivolando nella neve come un’ombra bianca. Non fece alcun rumore. I suoi stivali erano calibrati per non spezzare ramoscelli o affondare nel manto nevoso in modo irregolare. Si posizionò su un’altura naturale di rocce e pini, a trecento metri dal rifugio, aspettando.

I tre uomini avanzavano lenti, i fucili spianati, scansionando l’area con visori termici.
Valeria conosceva il protocollo. Elimina prima la retroguardia, isola il leader, terrorizza il sopravvissuto.
Non voleva ucciderli se non strettamente necessario; non voleva cadaveri collegati alla zona sicura di sua figlia. Ma voleva che il messaggio arrivasse forte e chiaro a Mosca.

Si calò da un ramo esattamente alle spalle dell’uomo che chiudeva la formazione. Con un movimento fluido e inumano, gli avvolse un braccio intorno al collo, bloccando l’arteria carotidea, mentre con l’altra mano disarmava la sua arma principale. In sette secondi, l’uomo svenne per l’ipossia. Valeria lo trascinò dietro un cumulo di neve, legandolo con fascette da elettricista e togliendogli le comunicazioni.

Il secondo uomo, l’operatore di fianco, si fermò. Si accorse dell’assenza del compagno, ma prima che potesse avvertire il leader, Valeria lo colpì. Non sparò. Usò un taser tattico a lungo raggio direttamente sul nervo femorale esposto tra i pantaloni e gli stivali dell’uomo. Il russo crollò al suolo, paralizzato da spasmi violenti, incapace di emettere un suono superiore a un grugnito strozzato.

Il leader della squadra, capendo improvvisamente che la caccia si era invertita, si girò su sé stesso, puntando il fucile d’assalto nel buio, il respiro che formava nuvole di vapore visibili.
«Kto zdes’? (Chi c’è?)» ringhiò.

Valeria disattivò il suo visore notturno e si parò davanti a lui, a meno di cinque metri di distanza. Il buio nascondeva i suoi lineamenti, rivelando solo i contorni della sua letalità.
Il russo alzò l’arma, ma Valeria fu più veloce. Una singola raffica silenziata, chirurgica, frantumò il ricevitore del fucile del sicario, rendendolo inutile, e il secondo colpo perforò la spalla sinistra dell’uomo.
Il leader cadde in ginocchio nella neve, stringendosi la spalla sanguinante, ansimando per il dolore e lo shock. Guardò in alto, verso il demone bianco che lo aveva annientato in meno di due minuti.

Valeria si avvicinò lentamente, puntando l’arma direttamente in mezzo agli occhi dell’uomo.
«Non mi interessa chi vi ha mandato,» disse in un russo perfetto, freddo, metallico. «Non mi interessa quanti soldi avete perso. Elena Rossi non esiste per voi. Questa montagna non esiste per voi. Se uno qualsiasi dei vostri datori di lavoro osa anche solo guardare in direzione della mia famiglia, non mi limiterò a distruggere i vostri conti bancari come ho fatto con quel burattino in prigione. Verrò a Mosca. E raderò al suolo il vostro intero ecosistema.»

L’uomo la guardò, gli occhi dilatati dal puro terrore. I mercenari sanno riconoscere chi bluffa e chi ha ucciso senza rimorso. Vide la morte riflessa negli occhi del Colonnello.
Valeria abbassò l’arma. «Prendi i tuoi uomini. Lasciate i mezzi. Tornate a piedi a valle. Portate questo messaggio ai vostri capi. Se vi rivedo, sarete concime per i pini.»

Rientrò nella baita quando l’alba stava già colorando le cime innevate di un rosa tenue. Elena dormiva ancora. Valeria si tolse l’equipaggiamento, si fece una doccia bollente per lavare via il freddo e l’adrenalina, e preparò la colazione. Quando Elena scese, avvolta nella sua coperta, trovò sua madre seduta al tavolo, che sorseggiava caffè bollente e leggeva un libro.

«Hai dormito bene?» chiese Valeria, sorridendo.
«Sì,» rispose Elena, stiracchiandosi. «Ma ho sentito dei rumori stanotte. Come dei rami spezzati.»
«Solo caprioli,» mentì dolcemente Valeria. «La montagna è piena di vita.»

I mesi passarono. L’inverno cedette il passo a una primavera gloriosa e prepotente, che sciolse le nevi e fece esplodere i prati di fiori alpini.
La trasformazione di Elena fu completa. Non era più la donna spezzata e tremante del pronto soccorso. Aveva ripreso peso, i suoi occhi brillavano di una nuova determinazione. Trascorreva le giornate a studiare per riprendere in mano la sua carriera accademica, interrotta bruscamente dal matrimonio con Riccardo, e ad allenarsi. Valeria le aveva insegnato le basi della difesa personale. Non per combattere veri assassini, ma per riappropriarsi del proprio spazio fisico, per sapere che il suo corpo non era un oggetto alla mercé di chiunque. Quando Elena colpiva i sacchi di sabbia nella rimessa, ogni pugno era un demone espulso, ogni calcio un pezzo di libertà riconquistata.