Sotto la pioggia battente, Marco non aspettò l’autista. Raggiunse la propria automobile parcheggiata nel vialetto di ghiaia, adagiò Elena sul sedile posteriore reclinato, coprendola con una coperta di cachemire che teneva nel baule, e montò al posto di guida. Il motore ruggì e le ruote sgommarono sulla ghiaia bagnata, lasciando dietro di loro i cancelli di ferro battuto della tenuta e, con essi, l’illusione di una vita regolata dall’approvazione altrui.

Durante la corsa verso l’ospedale Fatebenefratelli, i minuti sembrarono ore interminabili. Il tergicristallo fendeva con ritmo monotono il diluvio, mentre dallo specchietto retrovisore Marco controllava ossessivamente il respiro di Elena. La donna teneva gli occhi chiusi, le mani premute contro il ventre, gemendo a ogni sobbalzo dell’auto sull’asfalto sconnesso.

«Resisti, piccola mia. Siamo quasi arrivati. Ti supplico, resisti.»

«Fa male, Marco… Sento tirare in basso… È troppo presto, è solo al settimo mese…» La sua voce era un filo flebile che si confondeva con il rombo della pioggia. La paura di perdere il piccolo Leonardo — il figlio tanto desiderato dopo anni di sacrifici e di silenziose umiliazioni subite in quella famiglia che non l’aveva mai accettata — era un tormento peggiore di qualsiasi umiliazione pubblica.

All’arrivo al pronto soccorso ostetrico, le porte scorrevoli si spalancarono sulla luce asettica e sui ritmi concitati della corsia. Vedendo lo stato di Elena — bagnata fradicia, l’abito strappato, l’odore aspro di alcol addosso e i segni evidenti di un trauma psicofisico — i medici la caricarono immediatamente su una barella.

«Codice rosso ostetrico! Portatela subito in sala monitoraggio!» gridò una ginecologa di guardia, mentre le infermiere le tagliavano il vestito bagnato per applicare le fasce del tracciato cardiotocografico.

Marco cercò di seguirla, ma un infermiere lo trattenne delicatamente per le spalle. «Signore, deve aspettare qui. Dobbiamo stabilizzarla e verificare la frequenza cardiaca fetale. Si sieda, la prego.»

Rimasto solo nella sala d’attesa spoglia, illuminata dai tubi al neon che ronzavano sommessamente, Marco crollò su una sedia di plastica blu. Si guardò le mani: tremavano. La camicia bianca dello smoking era macchiata del sangue che Elena aveva perso dal cuoio capelluto, dove le unghie affilate di Eleonora avevano strappato intere ciocche di capelli. Il dolore al ventre gli ricordò il calcio brutale ricevuto dalla madre, ma non era il corpo a bruciare: era l’anima, lacerata dal rimorso di aver creduto, anche solo per un istante, che Eleonora potesse cambiare, che quella festa di compleanno potesse essere un’occasione di pace.

Passarono due ore strazianti. Ogni volta che una porta si apriva, il cuore di Marco saltava un battito. Finalmente, la ginecologa uscì dalla sala visite, togliendosi la cuffia chirurgica e i guanti in lattice. Il suo viso era tirato, ma l’espressione non era priva di speranza.

«Dottor Grimaldi?» chiese avvicinandosi.

Marco scattò in piedi in un istante. «Dottoressa, come stanno? Il bambino… Elena…»

«Sua moglie ha subito un trauma severo, sia a livello fisico che emotivo. C’è stato un principio di distacco parziale di placenta causato dallo shock e dalla tensione muscolare violenta, ed era in corso una minaccia di parto prematuro. Fortunatamente, siamo intervenuti in tempo con i tocolitici per bloccare le contrazioni. Il battito del piccolo è regolare, anche se accelerato. Abbiamo stabilizzato entrambi.»

Un respiro profondo, spezzato da un singhiozzo liberatorio, scosse le spalle di Marco, che si coprì il volto con le mani per qualche secondo. «Posso vederla?»

«Tra pochi minuti, appena la trasferiamo nel reparto di degenza ad alto rischio. Ma c’è una cosa che devo dirle con assoluta fermezza», la voce del medico si fece severa, formale. «Abbiamo riscontrato ematomi evidenti sul cuoio capelluto, escoriazioni alla nuca e tracce inequivocabili di un’aggressione fisica. Il protocollo per i casi di violenza su donne in gravidanza impone la redazione di un referto per l’autorità giudiziaria. La polizia dell’ospedale è già stata allertata per raccogliere la testimonianza.»

Marco alzò lo sguardo, e nei suoi occhi non vi fu alcuna esitazione, nessuna tentazione di proteggere il nome di famiglia o di insabbiare l’accaduto come suo padre avrebbe fatto in passato.

«Proceda, dottoressa. Metta tutto a verbale. Non ho alcuna intenzione di nascondere nulla. Anzi, intendo sporgere denuncia formale adesso.»

Quando Marco entrò nella stanza numero 204, Elena era stesa sul letto con una flebo attaccata al dorso della mano. Indossava un camice ospedaliero pulito, i capelli ancora umidi erano stati sciolti con cura e le occhiaie scure le scavavano il viso pallido. Una macchina accanto al letto emetteva un suono ritmico, regolare: il battito galoppante del cuore del loro bambino, amplificato dal monitor.

Elena aprì gli occhi quando sentì i passi del marito. Marco si inginocchiò accanto al letto, afferrandole la mano libera e posandola sulle sue labbra, coprendola di baci lenti e disperati.

«Sta bene, amore mio», sussurrò Marco, le lacrime che gli rigavano le guance non più trattenute. «Leo sta bene. È forte come te.»

Elena gli accarezzò la guancia con dita tremanti, sfiorandogli il labbro spaccato e gli occhi stanchi. «Ho avuto così tanta paura, Marco… Quando mi ha afferrata per i capelli e ho sentito quel liquido freddo… e poi tutti che ridevano… ho pensato che il mondo fosse diventato un incubo dal quale non mi sarei mai svegliata.»

«È finita, Elena. Te lo giuro sulla vita di nostro figlio: non la vedrai mai più. Non metterà mai più piede nella nostra vita. Ho chiuso ogni ponte. Tutto quello che avevamo in comune con lei è morto stasera in quel salone.»

Elena strinse la sua mano con una forza sorprendente, rivelando la tempra interiore che l’aveva sempre contraddistinta, la stessa forza che le aveva permesso di sopportare mesi di sguardi altezzosi e frasi a mezza bocca. «Non basta andarsene, Marco. Questa volta non basta girare le spalle. Se non la fermiamo, penserà per sempre di essere al di sopra della legge. Ha quasi ucciso nostro figlio davanti a decine di testimoni. Voglio giustizia. Non per vendetta, ma perché Leonardo merita di nascere in un mondo dove sua nonna non possa minacciarlo mai più.»