Il capitolo che si era aperto con il crollo sul marmo di una chiesa si chiudeva definitivamente, non con un senso di vendetta, ma con la consapevolezza limpida che la giustizia più alta è quella che restituisce alla vita la sua dignità violata.

Quella sera, mentre la prima neve dell’inverno scendeva lenta e silenziosa sui tetti di Filadelfia, la nostra casa era illuminata da una luce calda. Dal pianoforte in salotto, che era rimasto chiuso e coperto di polvere per oltre un anno, salirono nell’aria le note limpide e serene di una sonata di Chopin. Mia suonava di nuovo, con le sue dita lunghe che scivolavano senza esitazione sui tasti d’avorio, mentre il battito regolare del suo cuore scandiva il tempo di una vita riconquistata, per sempre libera da ogni ombra.