Il boato fu devastante. Schegge di legno, vetro e metallo volarono ovunque come proiettili, mentre una palla di fuoco illuminava a giorno la giungla circostante. Grant sentì un calore lancinante alla spalla, ma ignorò il dolore. Tossendo nel fumo denso, tirò su la moglie e il figlio.
“Stiamo bene, stiamo bene,” mormorò freneticamente, tastandoli per cercare ferite. Entrambi erano illesi, seppur sotto shock.
Un secondo sibilo. Un’altra esplosione, questa volta che sventrò il tetto del portico.
“Droni,” ringhiò Grant, estraendo la pistola dalla fondina nascosta che non smetteva mai di portare addosso. “Non sono sicari da strada. È un attacco tattico.”
“Ma come ci hanno trovati?” urlò Natalie, afferrando lo zaino di emergenza che teneva sempre vicino alla porta.
“Il codice!” esclamò Leo, indicando il computer portatile distrutto sul pavimento. “Quando ho bypassato la scatola biometrica, il sistema operativo ha tentato di eseguire un aggiornamento di sicurezza. La chiavetta USB… l’ho inserita per un secondo per vedere cosa contenesse. Ha inviato un ping.”
Natalie impallidì. “Un ping di localizzazione al server madre. Chiunque abbia ereditato i resti del cartello di Arthur ora sa esattamente dove siamo.”
Non c’era tempo per i rimpianti. Grant guidò la sua famiglia attraverso le macerie in fiamme, uscendo nella tempesta. La pioggia torrenziale fu la loro salvezza, limitando la visibilità termica dei droni che ronzavano come vespe giganti sopra le cime degli alberi. Corsero verso la fitta vegetazione, scivolando nel fango, il respiro che bruciava nei polmoni.
Si rifugiarono all’interno di un sistema di grotte vulcaniche che Grant e Leo usavano per esplorare durante la stagione secca. Nascosti nell’oscurità umida, ascoltarono il suono delle eliche allontanarsi temporaneamente, alla ricerca dei loro corpi tra i resti della casa.
“Non possiamo più scappare,” disse Grant, la voce che rimbombava debolmente nella grotta. Si strappò un pezzo di camicia per fasciare il taglio superficiale ma sanguinante sulla spalla. “Questi non sono i mercenari di Arthur. Questi sono professionisti paramilitari. Un’operazione aziendale. Hanno satelliti, droni, tracciatori.”
“Cosa facciamo allora?” chiese Leo, tremando per il freddo e per l’adrenalina. Il ragazzino ribelle di un’ora prima era scomparso, sostituito da un giovane uomo che si trovava improvvisamente in guerra.
Natalie prese la mano di Grant. I suoi occhi brillavano nel buio. “Andiamo alla fonte. Il ping ha risvegliato i cani, ma ci ha anche mostrato dove si trova il server madre. Ho visto l’indirizzo IP prima che lo schermo esplodesse. Non è in Russia o in America. È a Ginevra. Sotto i vecchi uffici della banca d’investimenti N23.”
“Ginevra,” ripeté Grant, soppesando la follia di quell’idea. “Vuoi entrare nel caveau digitale più sorvegliato d’Europa?”
“Voglio finire quello che ho iniziato vent’anni fa,” rispose lei con determinazione ferrea. “Se c’è una taglia sulle nostre teste, è alimentata dai fondi fantasma. Se entriamo nel caveau e usiamo la chiavetta, posso cancellare i conti. Posso bruciare il denaro. Senza i soldi, i mercenari se ne andranno.”
Grant guardò suo figlio. Leo aveva lo sguardo fisso, spaventato ma risoluto. “Vengo con voi,” disse il ragazzo. “Sono la ragione per cui ci hanno trovati. E conosco i sistemi quasi quanto mamma.”
Grant annuì lentamente. L’era della fuga era finita.
Due giorni dopo, grazie ai contatti di un vecchio amico contrabbandiere sulla costa e ai fondi d’emergenza in criptovalute che Natalie aveva saggiamente nascosto nel deep web, i tre sedevano a bordo di un jet privato cargo, diretti verso l’Europa. Avevano volti nuovi, identità cibernetiche forgiate nelle ultime ore, e un arsenale di armi non rintracciabili chiuso in casse marchiate come attrezzature agricole.
Ginevra li accolse con un freddo pungente e cieli grigi di ardesia, un netto contrasto con il calore tropicale che avevano lasciato. La città era elegante, silenziosa, costruita sul denaro invisibile del mondo. Sotto le sue strade pulite e i palazzi di vetro, scorreva un fiume di segreti.
Il vecchio quartier generale della N23 era stato ufficialmente smantellato dopo l’arresto di Arthur, trasformato in un complesso di uffici governativi svizzeri e archivi di sicurezza. Ma Natalie sapeva che i livelli sotterranei, scavati nella roccia solida, erano intatti. Erano la sede dei server ombra, mantenuti in funzione da una fazione del consiglio di amministrazione sopravvissuta all’epurazione.
La preparazione richiese tre notti. Affittarono un magazzino nella periferia industriale, trasformandolo in una base operativa. Leo si dimostrò inestimabile, hackerando le telecamere del traffico e mappando i turni della sicurezza armata attorno all’edificio. Grant preparò l’equipaggiamento tattico, oliando le armi, calcolando i tempi di risposta della polizia svizzera: avevano esattamente cinque minuti dal momento dell’irruzione prima che le forze speciali saturassero l’area.
“Ascoltatemi bene,” disse Grant la sera dell’operazione, tracciando con un dito la mappa del livello -4 sul tavolo. “Entriamo dai tunnel di manutenzione del vecchio sistema fognario. Io aprirò la strada e neutralizzerò le guardie. Nessun colpo letale se possiamo evitarlo, non voglio l’antiterrorismo alle calcagna. Nat, tu e Leo avrete tre minuti per inserire la chiavetta, scaricare il worm e bruciare i protocolli finanziari. Poi usciamo dalla tromba dell’ascensore merci, facciamo saltare l’accesso dietro di noi e ci disperdiamo nella folla della metropolitana.”
“Semplice e suicida. Il mio stile preferito,” mormorò Natalie, caricando una pistola stordente. Baciò Grant sulle labbra, un bacio veloce e disperato, carico di tutto l’amore di una vita passata sul filo del rasoio.
Vestiti di nero, si calarono nelle viscere di Ginevra a mezzanotte. L’aria nei tunnel era gelida e sapeva di metallo vecchio e muschio. Si mossero come ombre. Grant, avanti, eliminò le due guardie al punto di accesso con un’efficienza silenziosa e brutale, addormentandole con siringhe di sedativo a rapido effetto.
Raggiunsero la massiccia porta di titanio del server madre. Natalie collegò il suo terminale portatile al pannello di controllo esterno, mentre Leo usava uno scanner termico per bypassare il riconoscimento dell’iride.
“Fatto,” sussurrò Leo, il sudore che gli imperlava la fronte. La porta sibilò e si aprì con un suono pesante.
La stanza dei server era una cattedrale di luce blu e freddo polare. File di armadietti neri ronzavano, contenendo l’essenza stessa del potere, del ricatto e del denaro sporco di mezzo mondo. Al centro della stanza, un pod di controllo solitario li aspettava.
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