La cerniera dell’abito celeste cedette con un leggero fruscio. La seta, intrisa di fango ormai asciugato a crosta lungo la coscia destra, si staccò dalla pelle con un rumore secco. Margaret la lasciò scivolare su una sedia impagliata vicino alla porta della cucina, senza guardarla troppo a lungo. Indossò la sua vestaglia di flanella spessa, quella color vinaccia con i bottoni di madreperla consumati, e andò dritta verso il fornello a gas.

«Faccio scaldare un po’ di brodo», disse, prendendo la pentola di smalto blu. «Non abbiamo mangiato niente, Arthur. E il freddo entra dentro le ossa se lo lasci fare a stomaco vuoto.»

Non c’era tremito nella sua voce. Guardai la pentola che si scaldava sulla fiamma azzurrina, sentendo per la prima volta la stanchezza scendermi addosso come una lastra di piombo. Avevo sessantadue anni; per tutta la vita avevo creduto che il dovere di un padre finisse nel momento in cui riusciva a dare a un figlio una casa solida, un mestiere e la libertà di scegliere il proprio cammino senza debiti con il passato. Non avevo previsto il momento in cui quel cammino avrebbe preteso, per essere percorso, la cancellazione della terra da cui era partito.

Mangiammo seduti allo stesso tavolo dove Margaret aveva scritto duecentocinquanta indirizzi in bella calligrafia. Il brodo sapeva di cipolla arrostita e chiodi di garofano. Nessuno dei due nominò Julian. Nessuno nominò Vanessa, né i suoi genitori, né le duecento persone che a quell’ora stavano probabilmente ballando sotto le luci a festone della tenuta, brindando con un vino che costava più di una settimana del mio lavoro e fingendo che quel piccolo incidente al microfono non fosse mai accaduto, o riducendolo a un aneddoto di cattivo gusto da raccontare nei salotti durante il caffè della domenica.

Verso mezzanotte e mezza il telefono fisso sul mobile del corridoio squillò.

Lo squillo parve tagliare l’aria come una lama d’acciaio. Margaret alzò gli occhi dal bordo della tazza, ma le sue mani rimasero ferme sul tavolo.

«Lascialo suonare, Arthur», disse dolcemente.

«Potrebbe essere successo qualcosa sulla strada», dissi io, con l’antico riflesso di chi non riesce a dismettere l’allerta paterna.

«Non è successo niente sulla strada», rispose lei, con una certezza quieta che non ammetteva repliche. «È solo il rumore della coscienza che cerca di farsi perdonare prima di andare a dormire. E stanotte non servirebbe a niente. Né a lui, né a noi.»

Il telefono squillò per dieci volte, poi tacque. Cinque minuti dopo suonò di nuovo, ma non ci muovemmo. Quando il silenzio tornò a posarsi sulle piastrelle di graniglia, salimmo le scale verso la camera da letto. Margaret si addormentò quasi subito, sfinita da un’umiliazione che aveva consumato ogni sua riserva di forza fisica. Io rimasi sveglio a lungo, con le braccia conserte dietro la nuca, a guardare i riflessi dei fari delle auto che passavano sulla provinciale disegnare lame di luce passeggera sul soffitto di gesso bianco.

Il mattino seguente non portò l’aria limpida che speravo, ma una luce grigia, filtrata da una coltre spessa di nuvole basse che promettevano altra pioggia.

Mi svegliai alle sei, come sempre. Margaret dormiva ancora, il respiro profondo e regolare, un braccio abbandonato sul cuscino vuoto. Scesi in laboratorio prima ancora di preparare il caffè. Il laboratorio era il prolungamento naturale della mia anima: quaranta metri quadri di legnaia riadattata sul retro del cortile, illuminata da una grande vetrata industriale rivolta a nord. Odorava di piallatura fresca, gommalacca sciolta nell’alcol e noce stagionato. Al centro c’era un cassettone intarsiato del tardo Ottocento, appartenente alla canonica di un paese vicino, a cui stavo rifacendo le guide dei cassetti e riprendendo un’impiallacciatura di ciliegio che l’umidità aveva sollevato.

Presi in mano una rasiera d’acciaio. Il metallo sottile, piegato ad arco tra i pollici, asportava trucioli fini come carta velina. Nel legno non c’è inganno: se un incastro è storto di un millimetro, il cassetto si blocca; se usi una colla sbagliata, il tempo presenterà il conto senza fare sconti. Il legno non conosce buone maniere di facciata. Accetta solo la precisione e il rispetto per la sua fibra.

Alle otto sentii i passi leggeri di Margaret sulla ghiaia del cortile. Entrò con due tazze di caffè fumante su un vassoietto di latta. Si era vestita con la sua solita gonna di lana blu e un maglione grigio a coste larghe. I capelli erano raccolti nella solita crocchia ordinata.

«Il vestito è andato», disse, posando il vassoio sull’angolo del banco da lavoro, lontano dalla segatura. «Ho provato a sciacquare l’orlo con acqua fredda e sapone di Marsiglia. La terra argillosa è entrata nella trama della seta bagnata. C’è un alone giallastro che non andrà mai via.»

«Ne faremo i cuscini», dissi, prendendo la tazza.

«No», rispose lei, guardando fuori dalla vetrata verso il pero spoglio nell’orto. «Non voglio vederlo tutti i giorni sulla poltrona. Sarebbe come tenere una cicatrice esposta per fare la vittima. Lo chiuderò nella scatola del corredo, in fondo alla cassapanca. Servirà da promemoria, se mai dovessi dimenticarmi di chi sono.»

Bevve un sorso di caffè, poi si voltò verso di me. «Alle nove viene don Lorenzo per il preventivo del portale laterale della chiesa. Non farti trovare con la mente altrove, Arthur. Quel lavoro ci serve per passare l’autunno.»

Quella era Margaret: non concedeva un solo millimetro al melodramma. La vita era un sentiero da spazzare ogni giorno, che piovesse o splendesse il sole.

Julian non si fece vivo per tre settimane.

Seppi da Marco, un fabbro con cui collaboravo spesso e il cui figlio lavorava nello stesso studio d’architettura di Julian a Milano, che la coppia era partita per il viaggio di nozze il lunedì successivo al matrimonio. Due settimane tra Bali e Tokyo, alberghi a cinque stelle con vasche idromassaggio a sfioro sul mare e cene nei ristoranti recensiti dalle guide internazionali.

«Dicono che sia stata una festa magnifica», mi disse Marco un pomeriggio, mentre scaricava dal suo furgone le staffe in ferro battuto che gli avevo ordinato. Aveva lo sguardo un po’ sfuggente, l’imbarazzo di chi sa qualcosa ma non vuole infierire. «Tutti parlavano dei fiori, delle luci, dei cantanti jazz venuti da Roma…»