Un riso amaro mi sfuggì dalle labbra. «Un incidente domestico spiacevole. È così che definiscono un’aggressione con una cintura di cuoio e un tentativo di estorsione sotto minaccia?»

«Cosa vuole che rispondiamo?» chiese Marcus.

«Nulla,» risposi, alzandomi in piedi e camminando verso la grande libreria a parete. «Lasciali cuocere nel loro brodo per tutta la notte. Alle otto di domattina, Sinclair depositerà la denuncia per lesioni personali aggravate, violenza privata e sequestro di persona temporaneo presso Scotland Yard, allegando il referto del dottor Evans e la traccia audio integrale. Quando la polizia busserà alla porta della villa per notificare l’ordine restrittivo e il mandato di comparizione, voglio che trovino Owen Dalton già circondato dagli ufficiali giudiziari.»

«E la signorina Vanessa Cross?» domandò Sinclair, annotando rapidamente le disposizioni sul suo blocco note.

«Vanessa riceverà una notifica separata dalla sezione tributaria della National Crime Agency,» dissi, e per la prima volta quella sera la mia voce fu attraversata da una lama di pura determinazione. «Abbiamo le prove del riciclaggio di denaro attraverso le sue società di cosmetici. Se ha voluto fare la complice di un ladro, dividerà con lui la cella o la bancarotta. Non lascerò che nessuno di loro possa dire di essere uscito indenne da questa farsa.»

Capitolo 3: L’alba dei creditori
La mattina seguente, il cielo di Londra era di una tonalità grigio perla uniforme, privo di pioggia ma carico di una luce fredda e metallica che non perdonava alcuna imperfezione.

Alle sette e trenta in punto, l’edizione straordinaria del Financial Times arrivò nelle edicole della City e nelle caselle di posta elettronica dei principali fondi d’investimento europei. Il titolo a tutta pagina nella sezione mercati era devastante:

«COLASSO NEL REAL ESTATE: LA DALTON HOLDINGS SOTTO AMMINISTRAZIONE CONTROLLATA. IL TRUST VANE & PARTNERS AVVIA L’ESCUSIONE GIUDIZIALE PER 25 MILIONI DI STERLINE. SOSPESE LE CONTRATTAZIONI SUL MERCATO AIM.»

A Villa Dalton, la notte non aveva portato consiglio; aveva portato solo il terrore cieco di chi vede sgretolarsi il terreno sotto i piedi senza avere una fune a cui aggrapparsi.

Owen aveva passato le ultime otto ore attaccato al telefono, barricato nel suo studio privato al piano terra, circondato da bottiglie di scotch mezze vuote e posacenere colmi di mozziconi di sigaro. Aveva chiamato undici banche d’affari, sei mediatori creditizi e persino due usurai d’alto bordo che operavano ai margini della legalità a Mayfair. Nessuno gli aveva concesso un solo centesimo. Al terzo tentativo, il direttore della filiale di St. James della Barclays gli aveva comunicato che tutte le sue carte di credito personali, incluse le carte di debito collegate ai conti aziendali, erano state bloccate su richiesta del curatore fallimentare provvisorio.

Quando le campane della chiesa di St. Jude batterono le otto e trenta, il rombo di tre furgoni diesel e di due berline scure risuonò lungo il viale d’accesso di porfido.

Eleanor Dalton, la madre di Owen, che era rientrata in fretta e furia dalla sua casa di campagna nel Surrey dopo una telefonata isterica della figlia Leah alle due del mattino, si precipitò nell’atrio con la vestaglia di seta bordeaux ancora aperta e i capelli grigi raccolti in modo disordinato.

«Owen! Chi c’è fuori? Ci sono degli uomini in divisa che stanno scaricando dei cartelli dal furgone!» gridò la donna, la voce stridula che tradiva un panico mai provato in sessantacinque anni di vita privilegiata.

Owen uscì dallo studio con gli occhi iniettati di sangue, la camicia della sera prima spiegazzata e macchiata di caffè sul colletto, la mascella coperta da una barba scura e irregolare. Sembrava un uomo reduce da un naufragio.

«È solo un equivoco burocratico, mamma,» balbettò lui, cercando disperatamente di darsi un contegno mentre si abbottonava la giacca con dita tremanti. «Thorne sta arrivando. Risolveremo tutto entro mezzogiorno. Claire ha solo fatto una bravata per spaventarmi…»

Non fece in tempo a finire la frase.

La porta d’ingresso non venne forzata; venne aperta dall’esterno con una chiave passe-partout legale da un uomo in giacca e cravatta scura, affiancato da due ispettori di Scotland Yard in divisa e da quattro ufficiali giudiziari muniti di cartelline rigide con i sigilli rossi della Cancelleria Reale.

«Signor Owen Dalton?» chiese l’ispettore capo, un uomo dai modi asciutti e dallo sguardo severo, mostrando il tesserino d’identificazione.

«Sì, sono io,» rispose Owen, tentando di rialzare il mento con l’ombra della sua consueta arroganza. «Posso sapere con quale autorità violate una proprietà privata senza preavviso? Il mio avvocato sta arrivando e vi assicuro che farò rapporto al Ministero dell’Interno per questo abuso!»

L’ispettore non batté ciglio. «Abbiamo due mandati separati, signor Dalton. Il primo è un decreto d’ingiunzione immediata emesso dal Tribunale Civile di Londra per il sequestro conservativo dell’immobile, degli arredi e di tutti i beni mobili presenti all’interno del perimetro di Villa Dalton, a garanzia del credito vantato dalla società fiduciaria Astraea Capital. Il secondo è un mandato di cattura provvisorio emesso dal Magistrato di Westminster con l’accusa di lesioni personali aggravate, tentata estorsione e violenza domestica ai danni della signora Claire Sterling-Vane.»

Un urlo strozzato sfuggì dalla gola di Eleanor. La donna barcollò all’indietro, aggrappandosi con entrambe le mani al corrimano della scalinata, le perle al collo che tremavano vistosamente.

«Sterling-Vane?» gracchiò lei, gli occhi che roteavano tra il figlio e i poliziotti. «Chi è Claire Sterling-Vane? Mia nuora si chiama Claire Miller! Era un’orfana senza un penny quando Owen l’ha sposata!»

«Sua nuora ha utilizzato il cognome paterno fino al compimento del venticinquesimo anno d’età, signora,» spiegò l’ufficiale giudiziario estraendo un fascicolo bollato. «Ma legalmente è l’unica erede universale del patrimonio di Sir Arthur Sterling-Vane. Ed è la persona che ha appena acquistato l’intero debito consolidato di vostro marito per una sterlina simbolica, dopo aver dichiarato l’insolvenza della vostra holding.»

Owen sbiancò. Il sangue gli defluì completamente dal viso, lasciando una maschera di cera grigiastra. Le sue labbra si mossero senza emettere suoni per diversi secondi, come se il suo cervello rifiutasse di elaborare la portata dell’abisso in cui era precipitato.