“Un matrimonio,” disse lui, con un sorriso radioso. “Il nostro. Se la Direttrice Creativa è d’accordo.”
Le lacrime mi riempirono gli occhi, ma questa volta erano lacrime di pura, assoluta gioia. Guardai l’uomo che aveva visto in me ciò che nessuno, nemmeno io stessa, riusciva a vedere.
“Sì,” sussurrai, gettandogli le braccia al collo. “Sì, mille volte sì.”
Quando finalmente ci sposammo, un anno dopo in un vigneto della Toscana, non ci furono discorsi al microfono crudeli, né parenti tossici a ridere di me. C’eravamo solo io, Julian, i nostri amici più cari, e il mare infinito di fiori che avevo disegnato con le mie stesse mani, per celebrare la vita bellissima che, dopo tanto fango, era finalmente sbocciata.
Il sole caldo della Toscana accarezzava i filari di viti che si estendevano a perdita d’occhio, mentre la brezza leggera portava con sé il profumo di terra bruciata dal sole e lavanda selvatica. Il nostro matrimonio era stato una fiaba, un momento sospeso nel tempo in cui avevamo celebrato non solo il nostro amore, ma anche la rinascita di entrambe le nostre vite. Eppure, per quanto amassimo la quiete delle colline senesi, sia io che Julian sentivamo il richiamo vibrante della nostra vera passione: il nostro lavoro.
Al nostro ritorno negli Stati Uniti, la fusione ufficiale tra la Carter’s Floral Designs e la Vance Elite venne celebrata con un evento di lancio a Manhattan. Julian, con la sua solita prontezza e brillantezza negli affari, aveva deciso di rinominare la divisione lusso dell’azienda in Vance & Carter Events. Vedere il mio nome, quello di una ragazza che un tempo si svegliava all’alba per lottare per i rimasugli al mercato dei fiori, brillare a lettere d’oro sull’insegna di un grattacielo di New York, fu un’emozione che mi tolse il fiato.
I due anni successivi furono un vortice inebriante. Viaggiavamo costantemente, dividendo il nostro tempo tra il quartier generale creativo a Nashville, che ormai era diventato un campus enorme con serre all’avanguardia per coltivare varietà esclusive, e gli uffici direzionali a New York. Insieme, avevamo rivoluzionato il settore degli eventi di lusso. Non offrivamo solo feste; creavamo mondi effimeri.
Ma il vero banco di prova, la sfida che avrebbe definito le nostre carriere, arrivò in una fredda mattina di novembre.
Eravamo nel nostro attico a Tribeca. Julian stava bevendo il suo caffè scuro, leggendo le notizie finanziarie sul tablet, mentre io ero seduta sul tappeto del salotto, circondata da campioni di seta e bozzetti per un gala di beneficenza a Chicago. Il suo telefono squillò. La suoneria personalizzata per le chiamate internazionali. Julian rispose, il suo tono immediatamente professionale, ma dopo pochi secondi di ascolto, vidi la sua postura irrigidirsi. I suoi occhi grigi guizzarono verso di me.
Riattaccò dopo qualche minuto, posando lentamente il telefono sul bancone di marmo della cucina.
“Chi era?” chiesi, mettendo da parte un pezzo di seta color smeraldo.
“Era l’ufficio del cerimoniale del Principato di Monaco,” disse Julian, la voce stranamente sommessa. Fece un respiro profondo e si appoggiò al bancone. “Il Principe Ereditario si sposa la prossima estate. E vogliono noi, Emily. Vogliono che la Vance & Carter curi l’intero design dell’evento. Hanno visto il nostro lavoro a Parigi l’anno scorso e non vogliono nessun altro.”
Il cuore mi balzò in gola. Un matrimonio reale. L’evento più mediatico, scrutato e prestigioso del decennio. Era il sogno proibito di ogni designer del mondo. “Stai dicendo sul serio?”
“Completamente,” rispose lui, camminando verso di me e aiutandomi ad alzarmi. Mi strinse le mani, i suoi occhi che brillavano di un’eccitazione febbrile. “Ma c’è una condizione. Vogliono qualcosa che non è mai stato visto prima. Niente di tradizionale. Vogliono che i giardini del palazzo vengano trasformati in qualcosa di onirico. Abbiamo un mese per presentare il progetto definitivo, dopodiché inizieranno i lavori strutturali.”
Il mese che seguì fu il più intenso della mia vita. Trasformai il mio studio a Nashville in un laboratorio segreto. Volevo allontanarmi dalle classiche composizioni reali, piene di rose bianche e peonie. Volevo raccontare la storia del Principato, il legame con il mare profondo, la luce del Mediterraneo e la storia d’amore moderna dei due sposi.
Passai notti insonni, tracciando linee su enormi fogli bianchi, scartando dozzine di idee. Julian era la mia roccia. Quando l’ansia minacciava di paralizzarmi, lui arrivava in studio con il mio cibo preferito, mi massaggiava le spalle tese e mi ricordava semplicemente di ascoltare me stessa, non le aspettative del mondo.
Finalmente, alle tre del mattino di una domenica piovosa, l’intuizione mi colpì. Il concetto si chiamava Oceano di Stelle. Invece di far erigere enormi padiglioni fioriti, avremmo costruito pavimentazioni in vetro trasparente direttamente sopra le grandi piscine del palazzo e i giardini terrazzati. Sotto il vetro, un intricato sistema di luci bioluminescenti e fiori acquatici avrebbe pulsato al ritmo delle onde, mentre sopra, strutture leggere in titanio e fibra di vetro avrebbero sostenuto nuvole fluttuanti di delphinium, ortensie blu oceano e filamenti di cristallo scintillante. Non sarebbe stato un matrimonio circondato dai fiori; gli ospiti avrebbero letteralmente camminato dentro una galassia fiorita sospesa sull’acqua.
Quando presentammo il progetto a Monte Carlo, nella grande sala dei ricevimenti del palazzo, ci fu un silenzio di tomba. I dignitari, i consiglieri e gli stessi sposi fissarono i rendering olografici e i modelli in scala che avevamo fatto realizzare. Ero terrorizzata. Forse mi ero spinta troppo oltre. Forse la rottura con la tradizione era troppo drastica.
La futura sposa, una giovane donna di una grazia sconvolgente, si alzò e si avvicinò al tavolo. Sfiorò uno dei minuscoli cristalli del modellino, poi guardò me. I suoi occhi erano colmi di lacrime trattenute a stento. “È la cosa più bella che abbia mai visto. Sembra di sognare ad occhi aperti.”
Il contratto fu firmato quel giorno stesso.
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