Ma tra Julian e Martha, qualcosa era cambiato.
Non erano più i semplici amici del college. C’era un’intimità nuova, forgiata nel fuoco di quel matrimonio mancato. Ripresero la loro vecchia tradizione di cenare insieme il venerdì sera, ma ora non parlavano più di appuntamenti o di gossip. Julian sembrava dipendere dalla presenza di Martha per trovare la pace. Quando entrava nel piccolo appartamento di lei, il suo intero corpo si rilassava. Si toglieva la giacca, si allentava la cravatta, e si sedeva sul pavimento a giocare con il gatto di Martha, mangiando cibo thailandese dai cartoni.
Una sera di fine ottobre, la pioggia batteva contro i vetri dell’appartamento di Martha. Era un venerdì. Julian stava bevendo una birra artigianale, appoggiato al bancone della cucina, mentre osservava Martha cercare di aprire un barattolo di salsa per i ravioli.
“Dallo a me,” le disse, prendendole il barattolo dalle mani. Le loro dita si sfiorarono, e Martha sentì un brivido attraversarle la schiena. Julian aprì il barattolo senza sforzo, ma non si allontanò. Rimase lì, vicino a lei, a pochi centimetri di distanza. Il profumo del suo dopobarba, misto all’odore di pioggia e cuoio, era inebriante.
Julian la guardava in un modo che le faceva mancare il respiro. Non era lo sguardo amichevole, né quello grato. Era uno sguardo scrutatore, profondo, caldo.
“Martha,” sussurrò lui, la voce stranamente rauca.
“Sì?” rispose lei, il cuore che batteva all’impazzata contro le costole.
Lui alzò una mano, scostandole una ciocca di capelli dal viso. Il suo pollice le accarezzò la guancia, esattamente nello stesso punto in cui, mesi prima, le aveva tolto il fango. “Sto lavorando troppo. Sei mesi di inferno legale, di riunioni del consiglio di amministrazione, di giornalisti. Sono esausto.”
“Hai bisogno di una vacanza,” disse lei, cercando di mantenere la voce stabile.
“Sì,” concordò lui. “Ho affittato una villa sul Lago di Como, in Italia. Per due settimane. Parto martedì.”
Il cuore di Martha sprofondò per una frazione di secondo. Era felice per lui, certo, ma l’idea di non vederlo per due settimane le creava un vuoto doloroso nello stomaco. “Oh. È meraviglioso, Jules. Il Lago di Como è stupendo in autunno. Ti riposerai. Leggerai, mangerai pasta vera…”
“Voglio che tu venga con me.”
Le parole di Julian la fecero ammutolire. Lo guardò, sgranando gli occhi. “Cosa? Julian, non posso… ho il lavoro, e…”
“Ho già parlato con il tuo capo,” la interruppe lui, un angolo della bocca che si sollevava in un mezzo sorriso. “Gli ho detto che avevo bisogno della mia consulente finanziaria di fiducia per una revisione straordinaria all’estero. Ti ha concesso due settimane di ferie pagate. Tutto legale, tutto approvato.”
“Tu hai fatto cosa?” Martha rise, incredula. “Julian, sei un prepotente.”
“Lo so,” ammise lui, avvicinandosi di un altro millimetro. “Ma non voglio andarci da solo. E non c’è nessun altro al mondo con cui vorrei condividere il silenzio, il buon vino e il panorama se non te. Ti prego, Martha. Vieni in Italia con me.”
C’era una supplica nei suoi occhi che andava ben oltre il bisogno di compagnia. C’era il bisogno di lei.
“D’accordo,” cedette Martha, sentendo un sorriso enorme e incontrollabile nascerle sul viso. “Ma ti avverto, mangerò così tanti carboidrati che dovrai farmi rotolare sull’aereo per il ritorno.”
Il viaggio fu un sogno a occhi aperti. Atterrarono a Milano Malpensa e Julian aveva noleggiato una vecchia Alfa Romeo decappottabile. Guidarono verso nord, verso le montagne, con l’aria frizzante dell’autunno italiano che entrava nell’abitacolo. Quando arrivarono alla villa, Martha rimase senza fiato. Era una magnifica struttura neoclassica affacciata direttamente sulle acque blu cobalto del Lago di Como, circondata da giardini terrazzati e cipressi secolari.
I primi giorni furono dedicati puramente al riposo. Julian dormiva fino a tardi, recuperando mesi di sonno arretrato. Martha leggeva sulla terrazza, sorseggiando caffè espresso e guardando i battelli solcare le acque calme del lago. La tensione che aveva segnato i lineamenti di Julian svanì, sostituita da un’abbronzatura leggera e da un’espressione serena.
Esplorarono i piccoli borghi attorno al lago, da Bellagio a Varenna. Passeggiavano per ore nei vicoli stretti, perdevano la cognizione del tempo, si fermavano in minuscole trattorie a mangiare risotto al pesce persico e a bere Franciacorta.
In Italia, lontani dalle pressioni di New York e dai fantasmi del passato, la loro dinamica si trasformò definitivamente. Non erano più il rampollo milionario e la sua amica analista. Erano solo un uomo e una donna, sospesi in un tempo e in uno spazio fuori dal mondo reale.
Una sera, la penultima del loro viaggio, decisero di cenare alla villa. Julian aveva noleggiato i servizi di un cuoco locale, un uomo anziano e gioviale di nome Giuseppe, che aveva preparato loro un banchetto: crostini con lardo e miele, ravioli di zucca e amaretti, e un brasato al Barolo che si scioglieva in bocca.
Mangiarono sulla terrazza principale, illuminati solo da lanterne di ferro battuto e dalla luce argentea di una luna piena e immensa che si specchiava nel lago nero.
Giuseppe, dopo aver servito il dolce — un tiramisù fatto in casa — e aver stappato una bottiglia di passito, si congedò. Prima di andarsene, sorrise a Julian e disse in un inglese stentato: “Sir, you have a very beautiful wife. You are a lucky man.” (Signore, ha una moglie bellissima. È un uomo fortunato.)
Martha arrossì furiosamente, aprendo la bocca per correggerlo, ma Julian la anticipò.
“I know,” (Lo so) rispose Julian, senza esitazione, il suo sguardo fisso su Martha. “I am the luckiest.” (Sono il più fortunato).
Giuseppe se ne andò, lasciandoli avvolti in un silenzio carico di elettricità. Martha non riusciva a guardare Julian. Fissava il bicchiere di vino dorato, il cuore che le batteva così forte da farle male.
Julian si alzò dal suo posto, dall’altra parte del tavolo, e si avvicinò a lei. Le offrì la mano. “Vieni a camminare con me giù al molo.”
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