“Capo,” mormorò Matteo, stringendo i denti per il dolore mentre Rocco stringeva il laccio emostatico. “Il perimetro interno è sicuro. I nostri uomini stanno finendo il lavoro in giardino. I sopravvissuti si stanno ritirando.”
Luca superò i cadaveri senza degnarli di uno sguardo e si inginocchiò accanto al suo luogotenente. “Ottimo lavoro, fratello mio. Il medico sta arrivando?”
“Vincenzo lo ha già chiamato. È in viaggio.” Rocco si asciugò il sudore dalla fronte, lo sguardo che guizzava su Emma, in piedi sulla soglia della stanza antipanico. Non disse nulla, ma il rispetto nei suoi occhi era evidente. Non aveva urlato, non aveva intralciato le operazioni.
Inaspettatamente, Emma non rimase indietro. Si mosse con cautela tra i detriti, si avvicinò a Matteo e si inginocchiò accanto a lui, ignorando la pozza di sangue che le macchiava i vestiti di cashmere. Con gesti precisi, prese un lembo strappato della camicia del sicario più vicino e iniziò a tamponare la ferita alla spalla di Matteo, dove la cintura di Rocco non arrivava a fermare l’emorragia.
“Tieni premuto qui, forte,” disse a Rocco, la voce sorprendentemente ferma. “L’arteria non è recisa, ma sta perdendo troppo sangue. Deve sdraiarsi per non andare in shock.”
Matteo la guardò, sbalordito. Luca, in piedi sopra di loro, sentì il petto stringersi in una morsa di orgoglio feroce. Quella era la sua regina.
Le ore successive furono un frenetico vortice di caos organizzato. I “ripulitori” della famiglia arrivarono prima dell’alba. I corpi furono fatti sparire, i vetri spazzati via, i bossoli raccolti. Quando il sole sorse, illuminando la tenuta del Connecticut, l’unico segno della battaglia era il puzzo di fumo che ancora aleggiava nell’aria e i fori di proiettile nei muri, che una squadra di operai fidati stava già iniziando a stuccare.
Luca non aveva chiuso occhio. Si trovava nel seminterrato della villa, una zona insonorizzata che Emma non aveva mai visto. Di fronte a lui, legato a una sedia di metallo, c’era Paolo, il capo della sicurezza del cancello nord. Il volto dell’uomo era una maschera di terrore e lividi.
Vincenzo, il consigliere, era in piedi in un angolo, fumando un sigaro in religioso silenzio.
“Centomila dollari,” disse Luca, la voce piatta, priva di qualsiasi inflessione. Tra le dita teneva un estratto conto bancario trovato nella giacca dell’uomo. “Hai venduto la mia casa, la mia vita e quella dei miei uomini per centomila dollari, Paolo. Dopo dieci anni che mangi al mio tavolo.”
“Capo, la prego…” Paolo piangeva, sputando sangue. “Don Alberto ha minacciato la mia famiglia. Ha detto che se non avessi abbassato i codici, avrebbe ucciso mia moglie. Non avevo scelta!”
Luca fece un passo avanti, la sua imponente figura che oscurava la nuda lampadina appesa al soffitto. “Nel nostro mondo c’è sempre una scelta. Avresti potuto venire da me. Avrei protetto tua moglie con i miei soldati. Invece, hai scelto di far massacrare i tuoi fratelli.”
Tirò fuori la sua pistola, una calibro 45 nera come l’onice. Non ci fu esitazione, né pietà. Il tradimento era il peccato originale, e la punizione era assoluta.
Quando Luca risalì al piano nobile, l’aria fresca del mattino lo aiutò a lavare via l’odore della morte. Trovò Emma nella sua suite, seduta sul bordo del letto, lo sguardo perso fuori dalla finestra. Aveva fatto una doccia, indossava abiti puliti, ma la stanchezza le segnava il viso.
Si accorse di lui e si voltò. Luca si fermò sulla soglia, improvvisamente consapevole del sangue secco che aveva sui polsini della camicia. Fece per nascondere le mani, ma lei si alzò e gli andò incontro. Prese le sue mani tra le sue, guardando le macchie rosse.
“È il sangue dell’uomo che li ha fatti entrare?” chiese lei, in un sussurro.
Luca annuì, incapace di mentirle. “Sì. Il traditore è stato punito.”
Emma non si ritrasse. Gli accarezzò le nocche, sollevando lo sguardo per incontrare i suoi occhi. “La guerra non è finita, vero?”
“È appena iniziata,” ammise lui, tirandola dolcemente a sé, affondando il viso nei suoi capelli profumati di lavanda. “Alberto ha oltrepassato una linea che non può essere cancellata. Ha cercato di uccidermi in casa mia. Ha cercato di uccidere te. Stasera, riunirò i capi decina. Colpiremo il cuore del suo impero.”
Quella sera, la sala da pranzo principale della villa si trasformò in un consiglio di guerra. Otto uomini, i capitani più fidati della famiglia Moretti, sedevano attorno al tavolo di quercia. Le mappe di New York e del New Jersey erano spiegate sul tavolo, segnate con pennarelli rossi e neri.
Ma ciò che sorprese tutti, zittendo i sussurri non appena la porta si aprì, fu l’ingresso di Luca con Emma al suo fianco. Indossava un abito scuro, elegante ma sobrio, e camminava con la testa alta. Luca non la fece sedere in un angolo; le tirò indietro la sedia alla sua destra, il posto d’onore solitamente riservato al sottocapo.
Vincenzo si schiarì la gola, visibilmente a disagio. “Luca, con tutto il rispetto… questo è un affare della famiglia. La ragazza dovrebbe…”
“La signorina Carter,” lo interruppe Luca, la voce che rimbombava come un tuono nella stanza, “rimane. Ieri notte, mentre sparavano sulle nostre teste, lei non ha tremato. Ha salvato il braccio, e forse la vita, di Matteo. Lei non è un’estranea. Lei è la mia compagna. E chiunque manchi di rispetto a lei, manca di rispetto a me. Sono stato chiaro?”
Un mormorio di assenso attraversò il tavolo. Nessuno osava sfidare Luca, specialmente non con l’ombra della violenza ancora fresca sulla casa.
Emma prese posto. Sotto il tavolo, la sua mano cercò quella di Luca, e lui la strinse forte, traendo forza dal suo tocco.
“Don Alberto ha le sue roccaforti nei cantieri navali di Boston e nei club di Manhattan,” spiegò Vincenzo, indicando le mappe. “Si aspetta una rappresaglia a New York. Ha raddoppiato le guardie nei suoi casinò e nei ristoranti di Little Italy.”
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