Presi un taxi. Il tassista, un uomo gioviale sulla cinquantina con baffi folti, mi aiutò con il bagaglio.
“Prima volta a Firenze, signora?” mi chiese in un inglese dall’accento marcato, guardandomi dallo specchietto retrovisore.
“Sì,” risposi, sentendo un sorriso spontaneo allargarmi il viso. “La primissima volta.”
“Le piacerà. È la città più bella del mondo. Dove la porto?”
Gli diedi l’indirizzo della pensione vicino a Ponte Vecchio. Durante il tragitto, tenni il viso incollato al finestrino. Vidi palazzi antichi dai colori pastello scoloriti dal tempo, persiane verdi socchiuse, strette vie acciottolate da cui spuntavano scooter sfreccianti e turisti meravigliati. Poi, il fiume Arno apparve davanti a me, le sue acque placide che riflettevano i ponti storici e il cielo azzurro e limpido.
La pensione si trovava all’ultimo piano di un palazzo del quindicesimo secolo. Non c’era un vero e proprio ascensore, ma un piccolo montacarichi antico in legno battuto. La proprietaria, una signora elegante di nome Isabella, mi accolse come se fossi una vecchia amica.
“Signora Clara, benvenuta. La sua stanza ha la vista migliore,” disse, porgendomi una pesante chiave d’ottone.
Quando aprii la porta della mia camera, mi mancò il fiato. Era una stanza modesta, arredata con mobili in legno scuro e coperte di lino bianco, ma le due grandi finestre si aprivano su un balconcino in ferro battuto che si affacciava direttamente sul fiume, con una vista impareggiabile su Ponte Vecchio. L’acqua scintillava sotto il sole calante e in lontananza potevo scorgere la sagoma inconfondibile della Cupola del Brunelleschi.
Lasciai cadere la borsa sul letto e uscii sul balcone. L’aria era tiepida. Sentivo il mormorio della folla sul ponte, il suono distante di un violino suonato da un artista di strada, il rintocco delle campane di una chiesa vicina. Ero sola, a migliaia di chilometri da casa, in un paese di cui parlavo a malapena la lingua, e non mi ero mai sentita così al sicuro.
Fu in quel momento, mentre ammiravo i riflessi sull’acqua, che il mio telefono iniziò a vibrare nella borsa.
Sapevo chi era. Il loro volo per Roma doveva essere atterrato da poco.
Rientrai nella stanza con calma, mi sedetti sul bordo del letto e presi il telefono. Sullo schermo lampeggiava la foto di David. Guardai la sua immagine: sorridente, un po’ distratto, lo sguardo rivolto altrove. Il bambino che avevo cullato, l’uomo che avevo finanziato, il figlio che mi aveva detto di sedermi al gate.
Lasciai che squillasse. Poi smise. Due secondi dopo, squillò di nuovo.
Alla terza chiamata consecutiva, decisi di rispondere. Non per rassicurarlo, ma per chiudere il cerchio.
“Pronto,” dissi, la voce piatta e tranquilla.
“Mamma! Oh mio Dio, mamma, dove sei?!” La voce di David era acuta, venata di puro panico. Sentivo il frastuono dell’aeroporto di Fiumicino in sottofondo. “Abbiamo aspettato al nastro bagagli a Roma, ma non sei mai arrivata! Ho cercato nella lista passeggeri, mi hanno detto che non ti sei mai imbarcata a Parigi! Vanessa sta urlando contro un dipendente di Air France, pensavamo avessi avuto un malore nel terminal, io… stavo per chiamare la polizia aeroportuale francese!”
Aspettai che finisse. “Non ho avuto nessun malore, David. Sto benissimo.”
Ci fu una pausa carica di confusione dall’altra parte della linea. “Cosa? Ma… ma dove sei? Sei ancora a Parigi? Ti sei persa al terminal?”
“Non mi sono persa,” risposi. Mi alzai e tornai verso il balcone, guardando l’Arno. “Sapevo perfettamente dove stavo andando. Quando avete svoltato a destra al terminal, io sono andata a sinistra. Ho preso un altro volo.”
“Un altro volo? Di cosa stai parlando? E i bagagli?”
“Viaggiavo solo con il bagaglio a mano, David. Come vi avevo detto tre giorni fa, anche se dubito che Vanessa mi stesse ascoltando.”
“Mamma, non capisco. Dove diamine sei andata?!” Il suo tono ora mescolava il sollievo allo sgomento e a una nascente rabbia. “E perché non ci hai detto nulla?”
“Sono a Firenze, David.”
“Firenze?! In Italia? Ma la nostra prenotazione era per Roma! Il nostro hotel è a Roma! La presentazione di Vanessa è a Roma! Cosa ci fai a Firenze?!”
“Volevo vedere Firenze. Tuo padre voleva vedere Firenze. Così ci sono venuta.”
“Tu sei impazzita,” sbottò lui, la frustrazione che prendeva il sopravvento. “Hai settantasei anni, non puoi semplicemente sgattaiolare via in un aeroporto internazionale come un’adolescente in fuga! Come farai per l’hotel? E per mangiare? Non parli una parola di italiano! Prendi il prossimo treno per Roma, o un aereo, mando Vanessa a prenotarti un biglietto adesso…”
“Non voglio un biglietto per Roma,” lo interruppi. La mia voce era bassa, ma aveva un peso che lo fece ammutolire. “Non voglio venire a Roma con voi. Non voglio sedermi in un angolo mentre voi lavorate, non voglio essere tollerata, non voglio essere un fastidio. Al JFK mi hai detto di andare a sedermi lontano da voi. Beh, è quello che ho fatto. Ho trovato un posto molto bello, molto lontano.”
“Mamma… al JFK Vanessa era solo stressata…” tentò di giustificarsi, ma la sua voce era debole, priva di vera convinzione.
“David, ti amo. Sei mio figlio,” dissi, chiudendo gli occhi per un momento mentre la brezza fiorentina mi accarezzava il viso. “Ma sono stanca di comprare la mia presenza nelle vostre vite pagando vacanze di prima classe, solo per essere trattata come un bagaglio smarrito. Questo viaggio era un regalo per voi. Godetevelo. Andate a cena fuori, festeggiate il vostro anniversario. Fate un’ottima presentazione. Ma non cercatemi. Tornerò a New York la settimana prossima, come previsto.”
“Non puoi fare sul serio,” sussurrò lui. “Vanessa è su tutte le furie.”
“Di’ a Vanessa,” risposi con un leggero sorriso amaro, “che può finalmente godersi la sua tranquillità nella lounge.”
Prima che potesse aggiungere altro, chiusi la chiamata.
Tenni premuto il pulsante laterale e spensi del tutto il telefono. Lo schermo divenne nero. L’ho riposto in fondo alla borsa e l’ho chiusa con la zip. Non lo avrei riacceso per un bel po’.
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