La bambina annuì docilmente, fidandosi ciecamente del mio sguardo. La governante storica della casa, una donna svizzera che mi era rimasta fedele fin dal giorno delle nozze ignorando le angherie quotidiane di Beatrice, prese Maya per mano e la condusse verso le scale di servizio con fare protettivo.

Rimasta sola con Marcus sul terrazzo, inspirai l’aria gelida. «Cosa vuole Arthur, Marcus?»

«Cosa vuole un uomo che ha perso il suo regno di cartapesta in sessanta secondi?» replicò l’avvocato con un sorriso amaro. «Vuole negoziare. Crede ancora che esista un margine di compromesso, un accordo extragiudiziale che gli consenta di salvare le apparenze con il consiglio portuale e di conservare una quota di minoranza. Ha minacciato di impugnare il trust, sostenendo l’interposizione fittizia di persona durante il matrimonio.»

«Fallo pure tentare», dissi incamminandomi verso il salone. «I patti successori di mio nonno a Ginevra sono blindati contro qualsiasi giurisdizione statale ordinaria. Ha cinquant’anni di giurisprudenza federale contro di sé. Andiamo a sentire cosa ha da dire il nostro capitano d’industria decaduto.»

La biblioteca della tenuta era sempre stata il santuario privato di Arthur. Le pareti erano interamente foderate di boiserie di quercia scura, cariche di tomi rilegati in pelle con il leone rampante dei Belmont impresso a fuoco sui dorsi. Sopra il camino monumentale di marmo verde troneggiavano i modelli in scala dei primi transatlantici a vapore che avevano fatto la fortuna della famiglia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Arthur era seduto dietro l’imponente scrivania imperiale, ma non c’era più nulla di imponente in lui. Si era tolto la giacca sartoriale, gettata a terra come uno straccio sgualcito; la camicia su misura era sbottonata sul collo, la cravatta allentata pendeva di sbieco, e i suoi capelli brizzolati, solitamente impeccabili, erano arruffati per le mani che vi aveva passato convulsamente nell’ultima ora. Davanti a lui c’era una bottiglia mezza vuota di whisky d’annata e un bicchiere rovesciato che aveva lasciato un alone scuro sul cuoio della scrivania.

Quando entrai, seguita da Marcus che chiuse la pesante porta a doppia anta rimanendo fermo contro lo stipite, Arthur sollevò lo sguardo. I suoi occhi erano arrossati, cerchiati di un’ombra livida, carichi di una miscela tossica di risentimento, incredulità e terrore puro.

«Sei venuta a goderti il tuo trionfo, eh?» gracchiò lui, la voce resa roca dal fumo e dall’alcol ingerito d’un fiato. «La fornaia… la modesta Elena Rostova, la figlia del costruttore di rimorchiatori che non sapeva distinguere una forchetta da pesce da una da insalata. Hai recitato la parte della moglie sottomessa per dodici maledetti anni solo per aspettare il momento esatto in cui pugnalarmi alle spalle davanti a tutta Chicago.»

Rimasi in piedi davanti alla scrivania, le braccia conserte, senza concedergli nemmeno il favore di sedermi.

«Non ho aspettato nulla, Arthur», dissi con voce piana. «Sei stato tu a scegliere il giorno, l’ora e il bersaglio. Hai permesso a tua sorella di cacciare nostra figlia dalla sua stessa festa di compleanno per una fotografia destinata a un rotocalco di pettegolezzi. Ti sei scostato per farle spazio. Hai guardato Maya negli occhi e le hai fatto capire che per te non contava nulla se non combaciava con la tua farsa nobiliare.»

«Era solo una fotografia!» urlò lui, battendo un pugno sul piano di legno con una forza che fece sobbalzare la lampada da tavolo. «Una stupida fotografia per la stampa! Vanessa è impulsiva, lo sai com’è fatta, è un’artista, vive di emozioni! Potevamo fare cento foto dopo! Invece tu hai distrutto la mia reputazione! Hai chiamato la finanza, gli avvocati, hai proiettato i segreti della mia famiglia davanti a senatori e banchieri! Domani mattina il mio nome sarà fango sulle prime pagine del Tribune!»

«Il tuo nome era già fango, Arthur. Solo che era fango ricoperto da una lamina d’oro pagata con i miei dividendi.»

Arthur si alzò a fatica, appoggiandosi con entrambe le mani alla scrivania per sostenersi. «Pensi davvero di poterti liberare di me con un colpo di scena teatrale? Sono il padre legale di Maya! Questo mi dà diritti inalienabili! Ti trascinerò in tribunale per la custodia congiunta, chiederò un assegno di mantenimento commisurato al tenore di vita garantito dal tuo trust miliardario e farò nominare un curatore speciale per verificare ogni centesimo che hai occultato durante il nostro matrimonio!»

Marcus Vance fece un passo avanti, aprendo la cartella di cuoio ed estraendo un fascicolo spillato con un nastro azzurro. «Signor Belmont, se posso permettermi di risparmiarle un’ulteriore umiliazione processuale, le suggerisco di leggere con molta attenzione l’allegato B della notifica che le abbiamo appena consegnato.»

Arthur afferrò i fogli con le dita tremanti, scorrendo le prime righe con furia cieca. Man mano che i suoi occhi scendevano lungo la pagina dattiloscritta, il residuo di sicurezza artificiale che gli derivava dall’alcol sembrò evaporare, lasciando sul suo viso solo il terrore viscerale dell’uomo che scopre la trappola in cui si è infilato da solo.

«Questo… cosa significa?» balbettò, alzando gli occhi verso Marcus.

«Significa, signor Belmont», spiegò l’avvocato con voce chirurgica, «che negli ultimi quattro anni lei ha distratto oltre sei milioni e mezzo di dollari dai conti operativi della Belmont Maritime, trasferendoli tramite fatturazioni per consulenze fittizie a favore della Vanguard Horizon LLC, una società offshore con sede a Saint Kitts e Nevis. Società il cui beneficiario effettivo, debitamente smascherato dalla nostra rogatoria internazionale conclusasi giovedì scorso, risulta essere la signorina Vanessa Belmont.»

Il respiro di Arthur si spezzò in gola.

«Credevi davvero che non me ne fossi accorta, Arthur?» continuai, guardandolo senza battere ciglio. «Credevi che i bilanci approvati dal comitato fiduciario di Zurigo fossero una pura formalità? Ho tracciato ogni singolo bonifico. Ogni volta che compravi a Vanessa una collana di diamanti da Harry Winston fingendo che fosse un regalo pagato con i tuoi bonus aziendali, stavi in realtà sottraendo fondi vincolati al rinnovo della sicurezza dei rimorchiatori sul molo dodici. Quelli che tu chiami ‘diritti legali’ in sede di divorzio si trasformano all’istante in sette capi d’imputazione federale per appropriazione indebita, frode fiscale e bancarotta fraudolenta documentata.»