Il primo operatore scavalcò il parapetto, atterrando sul nostro tetto con un tonfo sordo. L’arma era spianata, l’occhio incollato al mirino ottico. Stava cercando i nostri corpi in fuga. Non si aspettava un contrattacco. Non si aspettava che la preda si fosse avvicinata a meno di un metro da lui, acquattata nell’angolo cieco della sua visione periferica.
Mi alzai di scatto. La mia mano sinistra scattò in avanti, afferrando la canna incandescente del suo fucile e spingendola verso l’alto con tutta la forza che avevo in corpo, mentre con la destra piantai la lama del coltello profondamente nella giuntura del suo giubbotto antiproiettile, proprio sotto la spalla, dove l’armatura in kevlar lasciava scoperta l’arteria brachiale.
L’uomo emise un rantolo soffocato. Il fucile sputò un colpo verso le stelle, un suono ovattato e sordo. Prima che potesse urlare o avvertire i compagni, usai il suo stesso peso contro di lui, facendogli lo sgambetto e trascinandolo a terra. Estrassi la lama, il sangue scuro che zampillava nell’aria gelida. Il suo corpo si afflosciò, paralizzato dallo shock e dall’emorragia improvvisa.
Gli altri due operatori udirono il rumore sordo della caduta. Si voltarono simultaneamente, le armi pronte, ma io ero già un’ombra tra le ombre. Mi lanciai in avanti, afferrando il fucile dell’uomo a terra. Non lo puntai per sparare — non conoscevo le sicure o i selettori di fuoco di quell’arma specifica e non avevo il tempo di cercare — ma lo usai come una mazza. Colpii il secondo uomo in pieno viso con il calcio di polimero duro, frantumandogli la visiera tattica e il naso con un singolo, devastante impatto.
Il terzo uomo, quello con il visore termico, fece un passo indietro, alzando il fucile verso il mio petto.
Non feci in tempo a muovermi. Un sibilo acuto tagliò l’aria e un dardo metallico si conficcò nel collo del soldato. L’uomo si irrigidì istantaneamente, gli occhi sgranati, prima di crollare in avanti come un burattino a cui erano stati tagliati i fili.
Mi voltai di scatto, il fucile rubato stretto tra le mani.
Claire era in piedi dietro di me, la mano tremante che stringeva una penna tattica modificata, una di quelle usate per l’autodifesa ravvicinata o per iniettare neurotossine a rilascio rapido. Il tablet era ancora acceso ai suoi piedi.
“Novantanove percento,” balbettò, la voce che si rompeva mentre guardava i tre corpi a terra. “Io… io ero nell’analisi dati. Non avevo mai visto…”
“Hai fatto bene,” dissi, la voce fredda, priva di pietà. Raccolsi il tablet dal pavimento di catrame. Sullo schermo, una barra di caricamento verde pulsò un’ultima volta prima di scomparire, sostituita da una scritta bianca e inequivocabile: TRASFERIMENTO COMPLETATO. PACCHETTI DATI DECRIPTATI INVIATI A 42 TESTATE GIORNALISTICHE INDIPENDENTI E NODI DI RETE SICURI.
Il vaso di Pandora era stato aperto.
“Dobbiamo andarcene. Ora.” Lasciai cadere il fucile e spinsi Claire verso la scala antincendio che scendeva nel vicolo sul retro.
Scendemmo i gradini di ferro arrugginito a rotta di collo, i nostri passi rimbombanti contro i mattoni umidi. Quando raggiungemmo il suolo, l’aria notturna odorava di spazzatura bagnata e pioggia imminente. Corremmo lungo il vicolo, tenendoci rasente ai muri, fino a sbucare su una strada laterale deserta.
L’auto di Claire era esattamente dove aveva detto: una Ford berlina grigia di dieci anni prima, coperta di fango e anonima come un fantasma. Salii al posto di guida, i muscoli che ancora tremavano per l’ondata di adrenalina e violenza appena trascorsa, ma la mia mente era lucida.
“Dove andiamo?” chiese Claire, agganciandosi la cintura di sicurezza con mani malferme, lo sguardo perso sul cruscotto polveroso. “I server di Aegis ci metteranno meno di un’ora per tracciare i nodi di invio. Entro domattina, ogni agenzia federale collusa con loro ci darà la caccia.”
“Non ci daranno la caccia,” risposi, avviando il motore. Il rombo sordo del vecchio quattro cilindri fu la cosa più rassicurante che avessi sentito in tutta la notte. “Tra qualche ora, saranno troppo occupati a cercare di salvare se stessi.”
Guidai per due ore senza una meta precisa, perdendomi volontariamente nell’intrico di strade statali secondarie che si diramavano verso le montagne a ovest. Volevo allontanarmi dalle telecamere di sorveglianza cittadine, dai caselli autostradali, da qualsiasi sistema elettronico che potesse avere una connessione con il Pentagono o con l’infrastruttura di Aegis.
Mentre i chilometri scorrevano bui fuori dal finestrino, il silenzio nell’abitacolo si faceva denso, opprimente. Avevo venticinque anni. O almeno, credevo di averli. Tutta la mia vita era stata una simulazione orchestrata da burattinai in camice bianco. I ricordi del sorriso di mia madre che mi premiava con un finto calore quando risolvevo un puzzle complesso da bambina, i rimproveri severi di mio padre quando mostravo un segno di debolezza, la competizione spietata con Ethan… era tutto finto.
Ma il dolore fisico alla mia tempia, quello era reale. Pulsava, bruciava, una promemoria costante della violazione subita.
Alle prime luci dell’alba, ci fermammo nel parcheggio deserto di un vecchio diner fatiscente, ai margini di una foresta di pini. L’insegna al neon tremolava stancamente, offrendo caffè e torta di mele a camionisti di passaggio. Entrammo, accolte dallo scampanellio della porta e dall’odore di uova fritte e candeggina. Ci sedemmo nel separé più buio in fondo al locale.
Non c’erano altri clienti, solo una cameriera anziana che puliva il bancone. Sopra di lei, una vecchia televisione a tubo catodico trasmetteva a basso volume le notizie del mattino.
Ordinammo caffè nero. Quando la cameriera si allontanò, accesi il mio portatile utilizzando la rete Wi-Fi non protetta del diner, facendola rimbalzare attraverso tre VPN differenti che Claire aveva preimpostato.
Non ebbi nemmeno bisogno di cercare. Le prime pagine dei principali siti di informazione globale stavano già collassando sotto il peso della notizia.
SCANDALO SENZA PRECEDENTI: DOCUMENTI LEAKATI RIVELANO ‘PROGETTO AEGIS’, ESPERIMENTI ILLEGALI SU BAMBINI DA PARTE DI UN CONSORZIO OMBRA DELLA DIFESA.
IL SENATORE HAWTHORNE ARRESTATO NELLA NOTTE. FONDI NERI E MANIPOLAZIONE NEUROLOGICA AL CENTRO DELL’INCHIESTA.
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