«Io la sto proteggendo!», urlò lei, con gli occhi spalancati e le vene del collo che pulsavano furiosamente. «Il mondo là fuori è sporco, è corrotto! Le ragazze che mangiano diventano grasse, volgari, deboli! Io la sto mantenendo pura! È mia figlia! L’ho partorita io, l’ho cresciuta io da sola mentre tu te ne stavi a fare i tuoi comodi sulle navi da carico!»

Non risposi. Non c’era nulla da dire a una mente malata che confondeva la tortura con la santità.

Mi voltai verso Emmy. «Mettiti le scarpe, amore. Quelle pesanti. E prendi la tua giacca con le stelle.»

La bambina mi guardò, spaventata dalla prospettiva di dover uscire senza il permesso materno. «Dove andiamo, papà?»

«Andiamo via. Per sempre.»

«David, se varchi quella porta con lei chiamo il 911 e ti accuso di rapimento di minore!», ringhiò Renee, parandosi davanti al corridoio che portava all’ingresso. «Sono la madre affidataria principale secondo la residenza! Ti farò marcire in una cella per i prossimi vent’anni!»

Presi il suo telefono dal tavolo, sbloccai lo schermo con la combinazione che conoscevo a memoria—la data di nascita di sua madre—e aprii la cartella delle immagini.

Nel cestino delle foto eliminate di recente trovai decine di scatti che aveva cancellato quella mattina stessa: fotografie di piatti di carne arrosto e dolci raffinati che aveva cucinato per sé, accanto a foto di Emmy costretta a pesarsi su una bilancia digitale con numeri che segnavano meno di diciannove chili a otto anni d’età. Trovai video brevi in cui si sentiva la voce di Renee che insultava la bambina perché piangeva per un tozzo di pane raffermo.

«Chiamala la polizia, Renee», dissi, mostrando lo schermo illuminato. «Chiamala adesso. Mostreremo a quegli agenti queste foto, le lettere del San Luca con le segnalazioni d’ufficio per maltrattamenti, il lucchetto sulla dispensa piena di cibo e il segno della tua mano sulla faccia di Emmy. Poi chiameremo il procuratore distrettuale che conosco bene per i lavori al porto commerciale. Vediamo chi di noi due esce da questa casa con le manette ai polsi.»

Renee si bloccò. Il velo di arroganza cadde all’istante, rivelando il terrore viscerale, abietto e codardo di chi vive per la facciata sociale e capisce che il sipario è appena crollato sul palcoscenico. Le sue mani caddero lungo i fianchi, inerti.

«David… possiamo parlarne», balbettò, con la voce che si spezzava in un finto pianto pietoso. «Sono stata sotto stress… la solitudine… crescere una bambina da sola senza di te… a volte perdo la testa… sono esaurita, David, ho bisogno d’aiuto…»

«Avrai tutto l’aiuto che ti serve», risposi, oltrepassandola senza degnarla di un secondo sguardo. «In un istituto psichiatrico giudiziario.»

Entrai nella cameretta di Emmy.

La stanza era spoglia, fredda. Non c’erano peluche sul letto, non c’erano disegni colorati appesi alle pareti: solo un materasso sottile con una coperta militare grigia e un armadio mezzo vuoto. Presi il vecchio zaino di scuola della bambina e ci infilai dentro le poche cose che le appartenevano veramente: tre magliette, i suoi calzini rattoppati, un quaderno su cui disegnava case con camini fumanti e un piccolo coniglio di pezza a cui mancava un occhio.

Aiutai Emmy a infilare gli stivaletti di gomma e la giacca a vento. Le sue mani tremavano ancora, ma quando le strinsi le dita tra le mie, la sentii aggrapparsi con tutta la forza residua che aveva in quel corpicino esausto.

«Vieni, stella mia. Andiamo.»

Uscimmo dalla cucina. Renee era seduta sul pavimento contro il battiscopa, con le ginocchia raccolte e lo sguardo fisso nel vuoto, mormorando frasi incoerenti su come tutti stessero tramando per distruggere la sua purezza. Non la guardammo nemmeno.

Salimmo sul mio furgone parcheggiato sul vialetto di ghiaia. L’aria del mattino era limpida, tersa, con un vento freddo che scendeva dai monti e spazzava via le foglie secche dal cortile. Misi in moto il vecchio diesel, accesi il riscaldamento al massimo e posizionai le bocchette dell’aria calda dritte verso il sedile del passeggero, dove Emmy era seduta rannicchiata sotto il mio giaccone da lavoro di lana pesante.

«Hai fame, Emmy?», le chiesi, mentre innestavo la retromarcia e uscivo dal cancello senza voltarmi indietro.

La bambina mi guardò con quegli occhi enormi, ancora spaventata all’idea che quel viaggio potesse essere solo un sogno da cui si sarebbe svegliata con la pancia vuota e la porta chiusa a chiave.

«Possiamo… possiamo prendere una ciambella vera, papà? Una di quelle col cioccolato sopra?»

Sentii una morsa spezzarmi il respiro in gola, ma forzai un sorriso largo, pulito, il primo sorriso vero che facevo da anni. Le allungai una mano sulla testa, scompigliandole i capelli biondi e fini come fili di seta.

«Prendiamo tutte le ciambelle che vuoi, piccolina», risposi, accelerando lungo la strada statale che portava dritto all’ospedale provinciale e alla stazione di polizia. «E poi prendiamo le uova, il pane tostato, il formaggio e il latte caldo. Oggi festeggiamo il tuo compleanno per tutto il giorno. E da domani, nessuno ti chiuderà mai più la porta in faccia.»

Emmy appoggiò la testa contro il finestrino, guardando gli alberi che sfilavano veloci lungo la carreggiata sotto il cielo aperto. Per la prima volta da quando ero rientrato in quella casa maledetta, vidi una piccola ruga di sollievo distendersi sulla sua fronte, mentre la sua manina scheletrica non lasciava andare la mia manica per nessun motivo al mondo.