La guarigione totale non fu immediata. Ho dovuto fare i conti con mesi di terapia, imparando faticosamente a smantellare anni di condizionamento psicologico che mi avevano insegnato a sminuire me stessa. Ho dovuto imparare l’arte difficile del dire “no” senza sentirmi in colpa per settimane, a riconoscere intimamente che i miei confini personali non erano un affronto egoistico agli altri, ma un irrinunciabile diritto di nascita.

A volte, la sera, mi siedo sul piccolo balcone del mio appartamento e guardo le luci della città tremolare in lontananza. Penso a quella giovane me che sorrideva sempre, che cercava di appiattirsi contro i muri della propria vita per non dare fastidio a nessuno, che accettava gli insulti taglienti mascherati da scherzi pur di mantenere una pace del tutto fittizia. Le perdono tutto. Le perdono di non essersi difesa prima, perché non le era mai stato insegnato come si facesse.

Ma ora so come si fa. E non permetterò mai più a nessuno di dirmi che sanguinare è solo un gioco. La cicatrice sul mio viso sta sbiadendo, ma è ancora lì, un promemoria costante e tangibile di quella precisa notte e di tutto ciò che l’aveva preceduta. Non mi sforzo più di coprirla ossessivamente con il trucco. È il marchio visibile della mia indipendenza, la prova inconfutabile che, nel momento in cui il mio piccolo mondo è crollato sotto il peso della crudeltà, ho finalmente avuto il coraggio di scegliere me stessa. E questa, alla fine dei conti, è stata la vittoria più dolce di tutte.