Evan rimase immobile al centro della stanza, le mani imbrattate di torta sollevate a mezz’aria, lo sguardo fisso sul pavimento sporco. «È stato un incidente… era solo uno scherzo. Non sapevo… io l’ho solo comprata alla pasticceria!»
Ma mentre veniva sorretta da Claire verso l’uscita, Rachel incrociò per un secondo lo sguardo di suo fratello. Non c’era solo panico nei suoi occhi nocciola. C’era una scintilla rapida, calcolatrice, quasi famelica: la stessa espressione che Evan aveva quando da ragazzino nascondeva le trappole per i gatti del vicinato o quando frugava nei cassetti dei loro genitori.
Le quattro ore successive al pronto soccorso dell’ospedale generale furono un inferno di luci al neon, disinfettante iodato e aghi da sutura.
Il medico di turno, una donna sulla quarantina con lo sguardo severo di chi ne ha viste troppe, estrasse con una pinzetta chirurgica tre schegge di vetro temperato dalla guancia di Rachel e una, più sottile e pericolosa, conficcata a meno di due millimetri dalla ghiandola lacrimale.
«Signorina Bennett, questa non è la scheggia di una ciotola caduta accidentalmente nell’impasto,» disse il medico, deponendo i frammenti metallici e vitrei in una vaschetta reniforme d’acciaio. «Questo è vetro borosilicato industriale, spesso quattro millimetri, e guardi qui: la base è smussata e sagomata con un tagliavetro manuale. Qualcuno ha inserito questi pezzi di proposito, orientando le punte verso l’alto all’interno della struttura della torta, proprio sotto la copertura di marzapane.»
Rachel sentì il freddo salire dallo stomaco alla gola. Quarantasette punti di sutura. Una cicatrice che le avrebbe segnato per sempre il volto. Ma il dolore fisico non era nulla in confronto al gelo che le attanagliava il petto: Evan sapeva esattamente dove posizionare le mani quando aveva afferrato la torta. Non l’aveva spinta con i palmi aperti; l’aveva presa per i bordi del vassoio di cartone e l’aveva schiacciata contro il suo viso con una forza brutale e calcolata.
«Voglio chiamare la polizia,» disse Rachel al medico, la voce ridotta a un filo roco a causa dell’anestesia locale.
«È già stata allertata, signorina,» rispose la dottoressa con fermezza. «Lesioni aggravate da oggetti atti a offendere. La segnalazione parte d’ufficio dal nostro reparto.»
La mattina seguente, alle nove in punto, una pioggia battente sferzava i tetti della tranquilla periferia residenziale di Oakridge.
La villetta a due piani di Evan, isolata al termine di un vicolo cieco e circondata da una fitta siepe di alloro, sembrava assopita. La sua berlina scura era parcheggiata nel vialetto, coperta di foglie bagnate.
Evan era in cucina, in vestaglia, con una tazza di caffè tra le mani, quando il rombo di tre motori pesanti ruppe la quiete della strada. Guardò fuori dalla tenda della finestra e si irrigidì: due volanti della polizia di stato e un SUV scuro privo di contrassegni avevano bloccato l’uscita del vialetto.
Cinque agenti in divisa e due investigatori della scientifica in abiti civili scesero dai veicoli. Alla guida del gruppo c’era il tenente Marcus Sterling, un veterano della sezione anticrimine con una cicatrice sull’arcata sopracciliare e uno sguardo che sembrava trapassare i muri.
Il campanello suonò due volte, forte e perentorio.
Evan aprì la porta socchiudendola di pochi centimetri, ostentando un’espressione tra l’addormentato e l’infastidito.
«Buongiorno, agenti. Posso aiutarvi?»
«Evan Bennett?» chiese Sterling, mostrando il distintivo senza muovere un muscolo del volto.
«Sì, sono io. Se si tratta di quello che è successo ieri sera alla festa di compleanno con mia sorella Rachel… guardate, è stato un equivoco madornale. Uno scherzo finito male. La pasticceria deve aver lasciato cadere dei frammenti di un contenitore nell’impasto. Ho già provato a chiamarla stamattina per chiederle scusa e pagare le spese mediche, ma non mi risponde al cellulare. Sono devastato, davvero.»
Sterling non batté ciglio. Non c’era traccia di comprensione nei suoi occhi grigi.
«Non siamo qui per la pasticceria, signor Bennett,» disse l’investigatore, estraendo una busta trasparente dalla tasca interna della giacca. «Ieri sera abbiamo sequestrato i resti della torta e la scatola originale. La pasticceria ‘Dolci Ricordi’ ha fornito i filmati delle telecamere interne: lei ha ritirato una torta liscia, base pan di spagna e crema, alle quattordici e trenta. Alle quindici è tornato a casa sua. La festa è iniziata alle venti. In quelle cinque ore, qualcuno ha sollevato la calotta di glassa, ha inserito lastre di vetro sagomate a diamante e ha ricoperto il tutto con panna montata fresca comprata al supermercato mezz’ora prima dell’arrivo degli ospiti.»
Il respiro di Evan si fece corto. La presa sulla tazza di caffè si allentò di colpo, facendola tintinnare contro il piattino. «Cosa… cosa state insinuando? Che avrei fatto del male a mia sorella di proposito? È una follia! Rachel è la mia unica sorella!»
«Abbiamo un mandato di perquisizione per la sua abitazione, firmato dal giudice distrettuale un’ora fa,» continuò Sterling, porgendogli un foglio con timbro a secco. «Ma soprattutto, abbiamo il mandato per il suo garage.»
A quella parola — garage — la maschera di falsa innocenza di Evan si sbriciolò in un istante.
I muscoli della sua mascella si contrassero violently. Il sangue gli defluì dal viso, lasciando una tonalità grigiastra, cerea. Le sue pupille si dilatarono come quelle di un animale braccato dai fari di un autocarro nella notte.
«Il… il garage non c’entra niente,» balbettò Evan, facendo un passo indietro e tentando istintivamente di accostare la porta d’ingresso. «Ci tengo solo attrezzi da lavoro, tosaerba e vecchi scatoloni di nostro padre. È chiuso con una serratura a combinazione perché custodisco materiali infiammabili…»
Due agenti posarono contemporaneamente le mani pesanti contro il battente della porta, spingendola indietro senza sforzo ed entrando nell’atrio.
«Signor Bennett,» disse Sterling con una voce bassa, cadenzata, che gelò l’aria calda del corridoio. «I nostri colleghi dell’unità cinofila e della scientifica hanno già forzato la porta laterale del garage cinque minuti fa mentre noi ci avvicinavamo all’ingresso principale. E vogliamo farle una domanda molto precisa.»
Evan indietreggiò fino a urtare la consolle dell’ingresso, rovesciando un portachiavi di metallo. «Cosa… cosa avete trovato?»
Il tenente Sterling si chinò leggermente verso di lui.
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