“Non è uno scherzo,” risposi con tono piatto e fermo.
“Ti avevo detto chiaramente che varcare quella porta avrebbe significato la fine del nostro matrimonio.”
“Ma dai, non fare il bambino adesso,” disse, provando a ridere di nuovo, ma il suono le morì in gola.
“Sono tornata, sono qui per noi. Volevo solo capire… adesso so cosa voglio, voglio stare con te.”
“Le tue decisioni non mi riguardano più da undici giorni esatti,” dissi, aprendo completamente la porta ma rimanendo sulla soglia a sbarrarle il passo.
Lei cercò con lo sguardo l’interno della casa, aspettandosi di vedere il solito disordine accogliente della nostra routine.
Vide l’ingresso spoglio, la credenza vuota dalle sue cose, l’assenza totale del suo tocco.
“Dov’è la mia roba?” chiese, e per la prima volta sentii il panico vero affiorare nelle sue parole.
“I tuoi effetti personali sono sistemati nel garage, imballati con cura e al riparo dalla polvere.”
“Sei pazzo? Questa è anche casa mia! Non puoi lasciarmi fuori dalla mia stessa casa!” gridò, avanzando di un passo sul pianerottolo.
“La casa è in fase di perizia legale per la divisione dei beni,” le spiegai, porgendole la cartellina verde che avevo preso dal mobile.
“Troverai dentro l’assegno circolare con la metà esatta dei risparmi liquidi, i dettagli legali e il contatto dell’avvocato.”
Elena afferrò i fogli con le mani tremanti, scorrendo le prime righe con occhi sgranati e increduli.
“Non puoi farlo… abbiamo dodici anni di vita insieme, non puoi cancellarmi così per una stupida parentesi!”
“Quella stupida parentesi era il confine che ti avevo chiesto di non oltrepassare.”
“Possiamo parlare, possiamo andare da un terapeuta, possiamo superarla insieme!”
Le sue parole uscivano rapide, sconnesse, intrise di un’angoscia autentica che non era riuscita a prevedere prima di partire.
“Non c’è nulla da curare quando la fiducia è morta,” le dissi, guardandola per l’ultima volta negli occhi.
“Hai voluto la tua libertà, Elena. Adesso ce l’hai tutta intera.”
Feci un passo indietro nell’atrio silenzioso e impugnai la maniglia interna.
Lei tese una mano per fermarmi, gli occhi lucidi di lacrime che cominciavano a scendere lungo le guance dorate.
“Marco, ti prego, ascoltami solo un minuto…”
Chiusi la porta con un gesto lento e deciso, sentendo il clic pesante della nuova serratura che scattava al suo posto.
Dall’altra parte del legno massiccio, il rumore dei suoi pugni che battevano disperatamente rimbombò nell’ingresso per qualche minuto.
Poi i colpi divennero più deboli, trasformandosi in singhiozzi soffocati, e infine svanirono del tutto.
Tornai verso il soggiorno, mi sedetti di nuovo sulla poltrona di pelle e presi la mia tazza di caffè.
Fuori dalla finestra, il vento leggero di settembre muoveva appena le foglie del giardino, e dentro la casa non c’era più freddo, solo una limpida, definitiva pace.
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