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Il silenzio che seguì quella domanda sembrò dilatare le pareti della nostra cucina, trasformandone ogni angolo in un luogo estraneo e ostile. Ethan rimase immobile con le mani appoggiate sul bordo del tavolo di legno, mentre il caffè nella sua tazza fumava debolmente senza che lui osasse più sfiorarlo. Il suo respiro era diventato corto, irregolare, il segno inequivocabile di un uomo che aveva appena capito che la sua complessa ragnatela di bugie era irrimediabilmente crollata.
“Clarissa, ti prego… siediti,” mormorò con un filo di voce che non sembrava nemmeno appartenere all’uomo affettuoso e sicuro di sé che avevo sposato sette anni prima. “Non ho alcuna…