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“Abbiamo venduto la casa,” sussurrò mio figlio, lo sguardo fisso sulle venature del pavimento in rovere che suo padre aveva posato con le sue stesse mani trent’anni prima. Il silenzio che seguì fu così denso che mi parve di sentire il ticchettio dell’orologio a pendolo nell’ingresso rimbombare come un martello. Guardai Lennox. Era seduta sul bracciolo del divano, la schiena dritta, le gambe accavallate con un’eleganza studiata. Indossava un cappotto di cachemire beige che costava probabilmente quanto una delle rate del mutuo che non avevano pagato. Non c’era un’ombra di stanchezza o vergogna sul suo viso perfettamente truccato, solo una fredda e calcolatrice impazienza.
“Venduto?” chiesi, la mia voce stranamente piatta, priva dell’emozione che si aspettavano. “Avevate quella casa da soli tre anni, Terrence.” “Non l’abbiamo esattamente venduta,” intervenne Lennox, il tono tagliente…