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L’eco di quella risata vibrò nella mia testa come un vetro incrinato. “Stava solo scherzando.” Quattro parole pronunziate con una leggerezza vigliacca, cadute nel silenzio spettrale della sala da ballo dell’Hotel Belvedere. Intorno a noi, centottanta paia di occhi passavano dal mio volto incrostato di panna alla figura di mia nuora, Beatrice, che si puliva le dita affusolate su un tovagliolo di lino con un’indifferenza calcolata.
Sentivo il freddo grassoso della glassa colare lungo la guancia, scendere sul collo, infilarsi sotto il colletto ricamato dell’abito blu fiordaliso. Quell’abito. Lo avevo visto sei mesi prima in…