Mi mossi nell’oscurità, illuminata solo dalla debole luce azzurrina di una piccolissima torcia a penna. Avevo portato in camera un panetto di resina da calco termoplastica, un materiale malleabile ma in grado di indurirsi rapidamente, catturando ogni dettaglio microscopico. Trattenendo il respiro fino a farmi bruciare i polmoni, mi chinai su di lui e presi la sua mano destra. Era calda, abbandonata e inerte. Con gesti lentissimi, chirurgici, premetti la resina ammorbidita contro lo stemma dorato e lungo i bordi esterni dell’anello, assicurandomi di ottenere un’impronta perfetta della scanalatura della ghiera e del diametro della filettatura invisibile. Non provai a svitare nulla; non c’era tempo e il rischio di svegliarlo forzando la filettatura era troppo alto. Mi serviva solo il guscio esterno per far forgiare la testa sostitutiva a Lena.

Sfilai delicatamente la resina ormai indurita, la richiusi in una minuscola scatolina di plastica e mi infilai di nuovo, silenziosa come un fantasma, sotto le pesanti coperte di piuma. Fissai il buio soffitto affrescato, il cuore che mi rimbombava nei timpani. Il punto di non ritorno era stato superato.

Il giorno seguente, incontrai Lena in un anonimo e rumoroso diner nei sobborghi industriali della città. Le consegnai il calco avvolto in un fazzoletto. Lei non indossava il suo solito e severo tailleur corazzato, ma un morbido maglione oversize di lana grezza e un paio di jeans sbiaditi. Lontano dai tribunali e dalla sua guerra fredda personale, sembrava infinitamente più giovane, più reale, e straordinariamente vulnerabile. Bevemmo caffè nero e parlammo per ore, non solo di prove informatiche e di complessi trust fund internazionali, ma del tessuto strappato delle nostre vite.

Mi raccontò di sua madre, di come Richard l’avesse scientificamente annientata dal punto di vista psicologico e sociale, isolandola dagli amici e minacciando di rovinarla finanziariamente fino a costringerla a cedere tutte le azioni di maggioranza in cambio della pace mentale. Io le raccontai del mio triste passato, delle mie profonde insicurezze economiche e affettive che, a ventitré anni, mi avevano spinta a gettarmi ciecamente tra le braccia di un uomo molto più anziano, potente e all’apparenza protettivo, convinta di aver trovato un rifugio sicuro e finendo invece incatenata in una trappola dorata.

“Non siamo mai state nemiche naturali, Clara,” mi disse Lena con dolcezza, stringendomi forte la mano sul tavolino traballante di fòrmica rossa del bar. “Siamo entrambe state vittime delle sue manipolazioni sociopatiche. Ma lui ha fatto il madornale e mortale errore di calcolare male la nostra resistenza. Ha pensato che fossimo fondamentalmente deboli e superficiali. Non sa che le donne, quando vengono sistematicamente spinte all’angolo, smettono di piangere e iniziano a pianificare.”

La trappola scattò definitivamente la notte del prestigioso gala della fondazione medica.

Indossai l’abito da sera rosso fuoco, come mi aveva perentoriamente ordinato. Un vestito di seta scivolata, aderente, audace ma classicamente elegante. Attorno al collo, sistemai le perle. Erano pesanti, fredde contro la clavicola, come il morso del ghiaccio. L’armatura estetica perfetta per la mia ultima recita.

Richard era raggiante, l’ego gonfiato dall’adulazione dei presenti. Aveva stretto innumerevoli mani, elargito sorrisi plastici, bevuto scotch invecchiato e promesso pubblicamente donazioni milionarie usando, con ogni probabilità, proprio il denaro liquido che aveva rubato al futuro di sua figlia. Io rimasi salda al suo fianco per tre ore estenuanti, la consorte fedele e innamorata, ridendo musicalmente alle sue battute vuote e mantenendo un’espressione di adorazione incondizionata che mi faceva venire la nausea fisica.

Lena era lì, dall’altra parte dell’immenso salone di Palazzo Odescalchi. Indossava un lungo e fluido abito nero corvino, scuro come il fondo dell’oceano. Sembrava un bellissimo angelo vendicatore, mescolato tra i commensali e l’alta borghesia. I nostri sguardi si incrociarono per una frazione di secondo attraverso la fitta foresta di abiti firmati e smoking. Un impercettibile abbassamento delle palpebre. Era il nostro segnale. Era il momento.

“Amore,” mormorai all’orecchio destro di Richard, stringendogli il braccio con finta apprensione. “Credo che il cocktail di scampi o il paté mi abbiano fatto malissimo. Mi sento improvvisamente molto debole, mi gira la testa. Ho urgente bisogno di sedermi e togliermi queste scarpe, o farò una figuraccia svenendo qui.”

Lui sbuffò debolmente, chiaramente irritato dal mio imprevisto malessere che rovinava la perfezione della sua esibizione sociale. “Non puoi stringere i denti e resistere un’altra oretta? Devo assolutamente parlare di un appalto con l’assessore all’urbanistica.”

“Mi dispiace davvero,” dissi, chiudendo gli occhi e appoggiandomi pesantemente al suo fianco, fingendo un cedimento muscolare. “Ti prego, portami solo un quarto d’ora nella nostra suite qui in hotel. Puoi scendere subito dopo esserti assicurato che non sto per morire.”

Sbuffando vistosamente per il fastidio, si scusò con i suoi interlocutori e mi scortò con passo rapido fino all’ascensore privato riservato agli ospiti VIP, salendo in silenzio verso la nostra suite al trentesimo piano. Non appena la pesante porta magnetica si chiuse dietro di noi, mi lasciai cadere sul divano di velluto rosso del salottino, portandomi il dorso della mano alla fronte in un gesto teatrale.

“Vado subito a chiamare la guardia medica dell’albergo,” disse Richard, estraendo rapidamente lo smartphone dalla tasca interna dello smoking.

“No, no, per carità, niente scenate,” sussurrai, aprendo debolmente gli occhi. “Ho solo bisogno di un bicchiere d’acqua molto fredda e di un secondo di respiro. Ti prego, versami dell’acqua dal frigobar.”

Mentre lui, sbuffando nuovamente, si voltava di spalle per dirigersi verso il lussuoso mobile bar incassato in fondo alla stanza, io mi alzai di scatto dal divano con l’agilità di un felino. Avevo intelligentemente scambiato la mia pochette da sera con quella identica di Lena nei bagni pubblici del piano terra mezz’ora prima. Da quella minuscola borsa estrassi una bomboletta spray pressurizzata di dimensioni ridottissime, un potente anestetico nebulizzato e inodore, procurato sottobanco dai contatti governativi di Lena.

Attraversai il morbido tappeto persiano senza produrre il minimo rumore. Mi avvicinai silenziosamente alle sue spalle larghe. Richard si voltò a metà, con un bicchiere di cristallo pieno d’acqua ghiacciata in mano, la fronte aggrottata. Prima che le sue corde vocali potessero formare una sillaba di stupore, spruzzai il gas ad alta concentrazione direttamente sul suo viso, a pochi centimetri dal naso.

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