Eleanor regolò i polsini della sua giacca Chanel, sfogliando con dita ferme i documenti rilegati in pelle che Marcus le aveva appena posizionato davanti.
«Il piano di espansione per la divisione infrastrutture nel Midwest procederà come stabilito» esordì Eleanor, la sua voce che risuonava calma e cristallina nell’acustica perfetta della stanza. «Tuttavia, vorrei che venisse aperta un’indagine interna approfondita su tutti i contratti di consulenza stipulati negli ultimi tre anni. Voglio verificare ogni singolo dollaro erogato a società esterne. In particolare, quelle che fanno capo a prestanome o a familiari di dipendenti di livello medio-alto.»
Un brivido corse lungo la schiena di diversi direttori presenti. Il direttore finanziario, un uomo sulla cinquantina di nome Robert che aveva sempre cercato di ingraziarsi David Vance durante le sue visite in ufficio, sbiancò visibilmente, iniziando a giocherellare con la penna stilografica. Sapeva benissimo che parte dei fondi destinati ai progetti di consulenza di David erano stati gonfiati artificialmente per sostenere il tenore di vita sfarzoso di Clara.
«A proposito» continuò Eleanor, alzando lo sguardo per incrociare quello di Robert. «Robert, vedo che nel bilancio preventivo figurano circa centomila dollari al mese in rimborsi spese per “relazioni pubbliche” non meglio specificate intestate alla Vance Consulting. Dal momento che quella sussidiaria è stata posta sotto sequestro amministrativo, quei fondi verranno immediatamente bloccati e stornati sul fondo di riserva per le borse di studio tecniche.»
Robert ingoiò a fatica, annuendo rapidamente senza trovare la forza di proferire parola. «C-certamente, Madam CEO. Provvederò immediatamente.»
La riunione proseguì con la precisione di un meccanismo a orologeria. Ogni decisione presa da Eleanor era lucida, strategica e spietatamente pragmatica. Non c’era traccia della donna che, solo quarantott’ore prima, aveva cucinato in silenzio nel cottage sul retro di quella stessa villa, accettando le umiliazioni quotidiane del figlio e della nuora pur di preservare un briciolo di legame familiare. Quel legame, lo aveva capito nel momento esatto in cui David l’aveva spinta giù per il portico, era marcio fino alle radici.
Mentre nel grattacielo si ridisegnavano le sorti di un impero multimiliardario, la realtà di David e Clara fuori dal mondo dorato era precipitata in un incubo kafkiano.
Erano passate ventiquattro ore da quando Marcus li aveva messi alla porta. Le loro cose—migliaia di dollari in abiti firmati, scarpe di design, borse di coccodrillo e oggetti d’arte—giacevano ammassate dentro enormi scatoloni di cartone economico sul marciapiede di fronte alla palazzina, sotto lo sguardo curioso e impietrito dei vicini di quartiere.
La Rolls-Royce Phantom nera era sparita da tempo, e al suo posto c’era solo il silenzio assordante di una caduta verticale.
«Smetti di fissare il vuoto e fai qualcosa, David!» urlò Clara, camminando avanti e indietro sul marciapiede, stringendo il trench beige attorno al corpo come se facesse un freddo glaciale. Aveva il trucco colato per le troppe lacrime e i capelli perfettamente messi in piega ormai arruffati dal vento. «Chiama i tuoi amici! Chiama il direttore della banca! Digli che c’è stato un errore clamoroso! Digli che sei l’erede dell’impero Vance!»
David era seduto a testa bassa su una delle scatole di cartone, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani tra i capelli. Il volto gli doleva ancora dove Clara lo aveva schiaffeggiato la mattina prima. Aveva provato a chiamare chiunque conoscesse. Aveva composto i numeri dei banchieri con cui aveva cenato nei ristoranti più esclusivi della città, dei soci in affari che lo chiamavano “luminare della finanza”, dei politici che frequentavano i suoi ricevimenti.
Nessuno di loro aveva risposto. E quei pochi che avevano accettato la chiamata avevano riattaccato non appena sentivano nominare il nome di David Vance associato a problemi di liquidità. Nel mondo spietato dell’alta finanza di Chicago, le notizie viaggiavano più veloci della luce: la caduta dei Vance era già diventata l’argomento di conversazione preferito nei club privati. Nessuno voleva rischiare di farsi contagiare dal fallimento di un uomo che era stato appena cancellato dalle mappe del potere.
«Non rispondono, Clara» mormorò David con un filo di voce, lo sguardo fisso sull’asfalto grigio. «Nessuno risponde.»
«E allora andiamo da tua madre!» esclamò Clara con un misto di disperazione e rabbia furiosa. «Andiamo a quel dannato cottage! Chiediamo scusa! È tua madre, per l’amor di Dio! Una madre perdona tutto! Deve solo capire che siamo stati stressati, che Clara e David non possono vivere in mezzo a una strada!»
David alzò lentamente lo sguardo verso di lei, e per la prima volta negli anni del loro matrimonio, nei suoi occhi non c’era adorazione o sottomissione, ma un cupo risentimento. «Al cottage? Clara, hai visto la sicurezza che c’è lì fuori? Hanno messo cancelli blindati e guardie private armate. Mia madre non è più la vecchia signora che ci preparava la colazione. È la donna che possiede la metà dei grattacieli di questa città. Non ci farà nemmeno avvicinare al perimetro.»
Un taxi a noleggio, chiamato come ultima spiaggia prima che scadesse il termine imposto dagli ufficiali giudiziari, si fermò con uno stridio di freni accanto al mucchio di scatoloni. Il tassista, un uomo anziano con un berretto logoro, sporse la testa dal finestrino guardandoli male. «Ehi, caricano o no? Ho una corsa prenotata tra dieci minuti.»
Con la morte nel cuore e l’orgoglio calpestato, David iniziò a caricare i scatoloni nel bagagliaio del taxi, aiutato da una Clara che non smetteva un attimo di borbottare insulti contro la suocera, contro il mondo e contro lo stesso David per non aver saputo gestire la situazione.
«Dove andiamo, signore?» chiese il tassista mentre chiudeva il bagagliaio.
David guardò Clara in cerca di una risposta, ma lei distolse lo sguardo, incapace di pronunciare il nome di un hotel economico o di un quartiere periferico.
«All’Extended Stay di Oak Street» disse infine David, ingoiando l’amaro in bocca. Era l’unico motel di categoria media che accettasse le prenotazioni con le poche centinaia di dollari rimaste sul conto corrente personale di emergenza di Clara, l’unico che non fosse ancora stato congelato dai controlli della holding.
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