Alessandro le tolse il bavaglio e la liberò freneticamente. «Dov’è Mia?!»
Marta singhiozzava, tremando in modo incontrollabile. «Non… non era Elena, Ale. Era un uomo. Un uomo alto, vestito di nero. Sapeva tutto. Ha detto… ha detto che il lavoro non era finito. Ha preso Mia. L’ha portata verso il fienile vecchio.»

Alessandro non perse un secondo. Corse nel suo studio, aprì la cassaforte a muro e tirò fuori una Beretta 9mm regolarmente registrata. Non l’aveva mai usata se non al poligono di tiro, ma la sensazione del metallo freddo nella mano lo calmò. Era tornato a essere il padre disposto a bruciare il mondo per proteggere la sua bambina.

Uscì nella notte gelida, correndo verso il fienile abbandonato ai margini della tenuta, a circa un chilometro dalla casa principale. Mentre correva, i pezzi del puzzle si incastravano nella sua mente. Elena aveva un braccialetto elettronico. Non poteva lasciare Roma. Ma i soldi che aveva rubato o nascosto prima dell’arresto le permettevano di pagare qualcuno. Un mercenario. Un sicario per finire ciò che aveva iniziato e, magari, costringere Alessandro a cederle le chiavi del fondo fiduciario in cambio della vita di Mia.

Capitolo 3: Il Fienile e l’Eclissi
Il vecchio fienile era una struttura di pietra e legno che Alessandro voleva ristrutturare ma che, per mancanza di tempo, era rimasta un rudere. La porta di legno marcio era mezza scardinata. All’interno, brillava la luce fioca di una lampada da campeggio a batteria.

Alessandro si avvicinò silenziosamente, appoggiandosi al muro di pietra.
Poteva sentire una voce maschile, ruvida e calma.

«Tua madre acquisita ti manda i suoi saluti, ragazzina. Vuole che tu faccia un video per il tuo papà. Devi dirgli che, se vuole rivederti viva, dovrà trasferire un paio di milioni su un conto offshore che le ho preparato. Avanti, leggi il foglio.»

Alessandro sbirciò dalla fessura. Mia era legata a un palo di sostegno del fienile. Non con una corda.Con una catena.

La vista di quel metallo attorno alla vita di sua figlia fece scattare qualcosa di primordiale e oscuro nel cervello di Alessandro. La stessa catena. Lo stesso incubo di dieci anni prima.
Ma poi guardò meglio Mia.

La ragazzina non stava piangendo.
A tredici anni, Mia non era più la bambina che tremava e chiedeva pietà. Il suo sguardo era di ghiaccio, fisso sull’uomo mascherato davanti a lei.

«Vai all’inferno,» sputò Mia, la voce ferma.
L’uomo rise, alzando la mano per colpirla. «Piccola insolente…»

Alessandro entrò, puntando l’arma. «Allontanati da lei o ti faccio saltare il cervello. Adesso.»
L’uomo si voltò di scatto, sorpreso ma non terrorizzato. Lasciò cadere la mano e fece un passo indietro, alzando lentamente le braccia. Indossava un passamontagna nero.
«Calma, papà dell’anno. Sono solo un corriere. Volevo spaventarla un po’.»

«Sgancia la catena,» ordinò Alessandro, tenendo la mira fissa sul petto dell’uomo.
«Non ho la chiave. Il lucchetto è a combinazione. Elena l’ha scelto apposta. Una piccola vendetta poetica, no?»

Alessandro avanzò, tenendo la pistola con entrambe le mani. «Dammi la combinazione.»
«Non la so, amico. Dovevo solo registrare il video e andarmene con i soldi. Se mi uccidi, lei resta legata finché non trovi un flex per tagliare quell’acciaio al carbonio.»

Mentre Alessandro e l’uomo si fronteggiavano, nessuno dei due notò che le mani di Mia, legate dietro la schiena, si stavano muovendo febbrilmente. Negli ultimi tre anni, vivendo in una tenuta di campagna, Mia aveva imparato a scassinare i lucchetti dei cancelli dei cavalli quando suo padre li chiudeva per punizione. Aveva sempre una forcina per capelli in tasca.

Con un clic quasi impercettibile, il lucchetto cedette.
Ma Mia non si mosse subito. Lasciò la catena avvolta attorno a sé.

«Metti giù la pistola, Alessandro,» disse l’uomo, notando che le mani del padre tremavano. «Non sei un assassino. Sei un uomo d’affari. Paghi il conto e io sparisco.» In un movimento fulmineo, l’uomo estrasse un coltello a serramanico dalla tasca e scattò in avanti.

Alessandro sparò, ma l’uomo si abbassò in tempo, il proiettile che si conficcava nel legno del fienile. L’assalitore si gettò su di lui, facendogli cadere l’arma. Iniziarono a lottare a terra, nel fieno polveroso. L’uomo era più giovane e addestrato, il coltello brillò nell’oscurità puntando alla gola di Alessandro.

Fu in quel momento che Mia agì.
Lasciò scivolare la catena a terra. Afferrò da terra un vecchio e pesante ferro di cavallo arrugginito, retaggio dei tempi passati del fienile. Con uno scatto felino, saltò in avanti e colpì l’assalitore con tutta la forza della sua disperazione e della sua rabbia repressa, dritto sulla nuca.

L’uomo crollò di lato, privo di sensi, come un burattino a cui erano stati tagliati i fili.

Alessandro rimase ansimante sul pavimento. Guardò sua figlia, che stava in piedi sopra l’uomo sconfitto, il respiro affannato ma gli occhi asciutti e fieri.
«Stai bene, papà?» chiese lei, la voce che tremava appena.
Alessandro si alzò e la strinse in un abbraccio così forte da toglierle il respiro. «Sì, amore mio. Grazie a te. Sei stata… sei stata incredibile.»

Capitolo 4: La Fine del Gioco
L’arresto del sicario fu solo l’inizio della fine per Elena.
Quando Rinaldi e la sua squadra misero sotto torchio l’uomo, ci volle meno di un’ora prima che confessasse chi lo aveva mandato. Elena aveva pianificato tutto dal carcere, comunicando con lui tramite cellulari contrabbandati e usando i fondi nascosti nel paradiso fiscale che la polizia non era riuscita a tracciare dieci anni prima.

La mattina seguente, le volanti della polizia circondarono nuovamente l’appartamento di Elena a Roma.
Questa volta, Alessandro volle esserci. Volle guardarla negli occhi un’ultima volta.

Quando gli agenti la portarono fuori, in manette, Elena sembrava l’ombra della donna sofisticata e crudele che aveva pianificato di rubare l’eredità di una bambina. Il carcere l’aveva indurita, invecchiata, svuotata di ogni fascino. I suoi capelli erano ingrigiti e il suo sguardo era quello di un animale in trappola.