“Eleanor!” esclamò Arthur, precipitandosi verso di me. Si condusse letteralmente in ginocchio sull’erba, ignorando del tutto i pantaloni del suo completo su misura italiano che si macchiavano di terra umida, e mi offrì il braccio con un’espressione di puro panico. “Mio Dio, Eleanor, stai bene? Ti sei fatta male? Chiamate subito un medico!” urlò verso il personale attonito.

“Calmati, Arthur, il mio orgoglio è nettamente più ammaccato della mia spalla,” risposi con voce sorprendentemente calma e salda, spazzolandomi via un grumo di crema e lampone dal polso. Mi aiutò ad alzarmi. Mi assicurai di raddrizzare la schiena e allargare le spalle, assumendo la postura fiera che avevo mantenuto in innumerevoli aule di tribunale e sale del consiglio. “Sto bene. Ma credo di aver appena assistito a un grave, gravissimo calo negli standard di ammissione di questo illustre club.”

Kristin sbuffò rumorosamente, incrociando le braccia sotto il petto. Il suo sorriso arrogante non aveva ancora lasciato le sue labbra perfette e dipinte di rosso, sebbene un’ombra di incertezza iniziasse a farsi strada nei suoi occhi. “Oh, per favore, non facciamo drammi, Arthur,” disse con un tono di sufficienza e noia. “È inciampata nei suoi stessi piedi. L’ho vista barcollare mentre cercava di abbuffarsi al tavolo dei dolci. Vecchiaia, immagino. I riflessi se ne vanno. Davvero, non capisco perché permettiate a dipendenti di basso livello o a chiunque sia questa vecchietta di rovinare i nostri eventi esclusivi.”

Arthur si voltò lentamente verso di lei. Giuro di non aver mai visto quell’uomo, noto per la sua diplomazia, così furibondo. I suoi occhi sembravano lanciare scintille. “Dipendenti di basso livello? Vecchietta? Kristin, hai la minima idea di chi hai appena spinto a terra?”

Lei alzò gli occhi al cielo, sospirando platealmente. “Una noiosa anziana che probabilmente ti tiene i libri contabili, da quello che si mormora in giro. Una banale ragioniera. Che tragedia. Mio marito paga la quota associativa più alta di questo dannato club, Arthur. Manteniamo questo posto a galla. Non fare un simile scandalo per una plebea glorificata.”

In quel preciso istante, un uomo sulla cinquantina, vestito con un completo grigio chiaro palesemente costoso ma spiegazzato, emerse sudando freddo dalla folla. Era Richard Mathis, il marito di Kristin. Richard era un promotore immobiliare che aveva costruito la sua improvvisa ricchezza su prestiti dubbi, aggressività sul mercato e molta, moltissima spavalderia. Ma in quel momento non aveva nulla di spavaldo. Sembrava terrorizzato.

“Kristin, tesoro, chiudi la bocca,” sibilò Richard, afferrandole il gomito con una presa ferrea. “Le persone ci stanno guardando, stai facendo una scenata.”

“Lasciami subito, Richard!” scattò lei, liberandosi dalla sua stretta con uno strattone stizzito. “Non ho fatto assolutamente niente di male! Questa vecchia mummia era in mezzo ai piedi, si è buttata a terra da sola per fare pietà!”

Il signor Sterling, il presidente del club, fece un passo avanti. La sua presenza imponeva un’autorità assoluta, la gravità di un giudice della Corte Suprema. “Signora Mathis,” disse con un tono così freddo e misurato da far abbassare la temperatura dell’aria circostante, “decine di testimoni l’hanno appena vista spingere deliberatamente la signora Vance a terra. Questo comportamento non è solo deplorevole e indegno per un membro di questa istituzione, è a tutti gli effetti un’aggressione fisica. Un reato penale.”

Kristin si accigliò, iniziando a percepire per la prima volta che la rete di sicurezza del denaro di suo marito stava per cedere. Ma il suo ego narcisistico era troppo grande per permetterle di ritirarsi o chiedere scusa. “Testimoni? Quali testimoni? Queste pecore spaventate che non hanno il coraggio di dire la verità per paura di contraddire la dirigenza? Io sono Kristin Mathis. Noi portiamo prestigio e denaro in questo posto obsoleto!”

A quel punto, decisi che ne avevo abbastanza. Feci un passo avanti, avvicinandomi a lei, guardandola dritta nei suoi occhi furbi ma vuoti.

“Il prestigio, signora Mathis,” esordii, la mia voce chiara e squillante che risuonava nel silenzio tombale del prato, “non si può comprare. E certamente non si indossa come un vestito rosso firmato. Il prestigio si guadagna con l’integrità e il carattere. Qualcosa che lei non ha mai posseduto e che non possiederà mai, indipendentemente da quanti soldi sporchi suo marito riesca a riciclare.”

“Come osi, brutta strega!” urlò Kristin, perdendo ogni parvenza di compostezza, il suo viso che diventava paonazzo per l’ira. “Richard, fai qualcosa! Rovinali! Fai licenziare questa contabile fallita! Non le permetterò di parlarmi in questo modo!”

Richard Mathis stava sudando copiosamente. La sua fronte era imperlata di goccioline, e il suo respiro era diventato irregolare. Guardò me, poi Arthur, poi il signor Sterling, e infine si passò una mano tremante tra i capelli diradati. “Signora Vance… Eleanor… vi prego. Vi porgo le mie più sentite e profonde scuse per il comportamento folle di mia moglie. Non sapeva… lei non capisce…”

“Non scusarti con questa miserabile!” strillò Kristin, colpendo la spalla del marito.

“HO DETTO ZITTA, KRISTIN!” esplose Richard con un boato disperato.

Il prato ammutolì ulteriormente. Nessuno in quell’alta società aveva mai visto o sentito Richard Mathis alzare la voce contro la sua giovane, amatissima “moglie trofeo” in pubblico. L’impatto di quell’urlo fece indietreggiare Kristin, che lo guardò come se gli fosse spuntata una seconda testa.

Gli lanciai un’occhiata di ghiaccio, implacabile. “Signor Mathis. Che coincidenza affascinante incontrarla qui oggi. Proprio questa mattina, alle sette in punto, ero seduta nel mio ufficio a rivedere la sua ultima dichiarazione dei redditi e i fascicoli di bilancio delle sue holding, su mandato speciale della commissione federale di revisione e dell’FBI.”

Il colore defluì completamente dal viso di Richard. Sembrò invecchiare di dieci anni in un secondo. Le sue ginocchia cedettero leggermente. “L-la commissione federale? L’F-FBI?” balbettò, la voce ridotta a un sussurro roco.