Ogni singola parola che aveva appena registrato sul suo telefono era come una goccia di azoto liquido che le scendeva direttamente nelle vene.
Il materasso sopra di lei scricchiolò e si sollevò leggermente quando Fabián si alzò in piedi.
“Vado a cercarla di sotto, sperando che non si sia persa,” disse la voce di quello che, legalmente e tragicamente, era già diventato suo marito poche ore prima.
“Fai in fretta, idiota, non vogliamo che qualcuno sospetti qualcosa o che ci veda confabulare qui,” rispose Begoña, la suocera che per tre anni aveva sempre finto di adorarla e trattarla come una figlia.
“Io torno alla festa in giardino, berrò un po’ del loro costoso champagne alla faccia della signora Herrero,” aggiunse Nerea con una risata acuta e maligna.
I tre complici uscirono dalla stanza nuziale, chiudendosi la pesante porta di quercia alle spalle con un tonfo sordo che echeggiò nella mente di Inés.
Inés rimase perfettamente immobile nel buio, circondata dalla polvere e dal silenzio, per altri dieci lunghi minuti, assicurandosi che nessuno di loro tornasse indietro per dimenticanza.
Poi, lentamente e con estrema cautela, scivolò fuori da sotto il pesante letto matrimoniale.
Si alzò in piedi e si lisciò con le mani l’abito da sposa bianco, un capo sartoriale che ora le sembrava null’altro che un sudario funebre.
Sorprendentemente, non c’erano lacrime nei suoi occhi scuri.
L’ingenuità romantica che aveva caratterizzato i suoi ultimi tre anni di vita era morta definitivamente lì, su quel pavimento freddo del lussuoso hotel di Polanco.
Guardò lo schermo luminoso del suo telefono; la registrazione audio di venti minuti era salvata in modo sicuro e già caricata sui suoi server cloud personali.
Inés si tolse il lungo velo di pizzo e lo gettò con disprezzo sul materasso ancora intatto e perfettamente rifatto.
Poi, con gesti metodici e precisi, si tolse le scomode scarpe col tacco bianco e indossò un paio di morbide ballerine di riserva che aveva prudentemente portato nella sua borsa da sera.
Invece di crollare in un pianto disperato, sorrise.
Ma era un sorriso tagliente, spietato, un sorriso che avrebbe fatto tremare di puro terrore chiunque la conoscesse veramente.
Uscì dalla suite nuziale usando esclusivamente le scale di servizio, evitando deliberatamente i corridoi affollati, gli ospiti ubriachi e la hall principale dell’hotel.
Nel buio avvolgente della notte di Città del Messico, alzò una mano e fermò un taxi di passaggio.
“Dove la porto a quest’ora, signorina?” chiese il tassista, guardando la sposa solitaria e dall’aria severa dallo specchietto retrovisore.
“A Lomas de Chapultepec, al viale principale, per favore,” rispose Inés con una voce così ferma che non ammetteva repliche.
Non stava affatto tornando al piccolo e modesto appartamento che aveva comprato fingendo di essere una normale donna di classe media.
Stava tornando a casa sua, alla sua vera vita.
La vera dimora della famiglia Herrero era una villa imponente, una fortezza moderna circondata da alti muri di cinta, telecamere e guardie di sicurezza armate.
Durante il tragitto silenzioso sul sedile posteriore, prese il cellulare e scrisse un breve, calcolato messaggio a Fabián.
“Mi sento poco bene, amore mio, ho avuto un mancamento improvviso e sono tornata a casa di mio padre per riposare un po’, ci vediamo domani mattina.”
Era la scusa perfetta per giustificare la sua assenza, evitare la notte di nozze e fornirgli abbastanza corda per impiccarsi da solo.
Fabián rispose quasi immediatamente, dimostrando la sua squallida ipocrisia: “Oh no, mia dolce principessa! Riposati bene, passo a prenderti domani mattina presto, ti amo tantissimo.”
Inés provò un violento conato di nausea fisica nel leggere quelle parole false, ma spense lo schermo senza degnarlo di un’ulteriore risposta.
Quando il taxi si fermò finalmente davanti agli enormi cancelli di ferro battuto della tenuta, le guardie di turno la riconobbero immediatamente dalle telecamere.
“Signorina Inés! Cosa ci fa qui a quest’ora della notte?” chiese il capo della sicurezza, sbalordito di vederla arrivare sola in taxi e senza la solita scorta che lei aveva sempre rifiutato per mantenere la sua copertura.
“Aprite il cancello immediatamente, per favore, e pagate il tassista,” disse semplicemente lei, scendendo dall’auto con incedere regale.
Entrò nella grande villa silenziosa, i cui immensi corridoi di marmo di Carrara risuonavano sotto i suoi passi leggeri e decisi.
Suo padre, Arturo Herrero, era ancora sveglio nel suo immenso studio privato, sorseggiando un bicchiere di costoso cognac mentre leggeva dei noiosi documenti legali.
Arturo era un uomo d’affari leggendario, implacabile nei consigli di amministrazione, temuto dai concorrenti e rispettato in tutto l’emisfero.
Aveva riluttantemente accettato il bizzarro desiderio di sua figlia di vivere una vita “normale” e di nascondere la sua immensa ricchezza per trovare un amore sincero e disinteressato.
Quando la vide improvvisamente apparire sulla soglia della porta, vestita da sposa ma con un volto scolpito nella pietra, si alzò di scatto rovesciando quasi la sedia.
“Inés, bambina mia, per l’amor del cielo, cosa è successo?” chiese allarmato, correndo verso di lei con il cuore in gola.
Contrariamente alle sue aspettative, Inés non crollò tra le sue braccia come una fanciulla ferita e piagnucolante.
Si diresse a passo fermo verso la pesante poltrona di pelle nera di fronte alla massiccia scrivania del padre e vi si sedette con eleganza.
“Papà, dimmi che hai ancora conservato quel dossier confidenziale su Fabián e sui movimenti finanziari sospetti del suo dipartimento alla Titán Infraestructura.”
Arturo la guardò sbalordito, i suoi occhi acuti che scrutavano ogni microespressione sul volto pallido della figlia.
“Certo che ce l’ho, ma mi avevi implorato di non interferire, di fidarmi della tua scelta e dei suoi presunti nobili sentimenti.”
“Ebbene, mi sbagliavo su tutta la linea,” ammise Inés con voce tagliente, posando con forza il cellulare sul tavolo di mogano lucido.
Premette il pulsante di riproduzione senza aggiungere un’altra parola.
Le voci nitide di Fabián, della perfida Begoña e dell’amante Nerea riempirono improvvisamente lo studio silenzioso, rivelando ogni squallido dettaglio del loro vile e calcolato piano.
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