Era una risata acuta, squillante, studiata per sembrare spontanea. Kristin Mathis non si era neppure voltata per verificare se fossi ferita. Sosteneva un calice di champagne tra le dita affusolate, le unghie laccate d’un rosso che si intonava perfettamente al suo abito da sera di seta per la colazione pomeridiana.
«Oh, mi scusi tanto,» disse Kristin senza il minimo rimorso nella voce, rivolgendosi agli ospiti che la circondavano. «Che maldestra. Non l’avevo proprio vista lì in basso.»
Alcuni risero. Altri distolsero lo sguardo, imbarazzati non per l’aggressione, ma per la sgradevolezza di aver assistito a una scena non prevista nel programma della giornata. Tra la gente d’alto bordo di Los Angeles, la crudeltà raramente si esprime con la violenza fisica; viene esercitata con l’esclusione, il tono di voce, il silenzio calculated. Kristin Mathis aveva violato la convenzione con la volgarità d’un urto diretto, ma il pubblico le perdonò l’incidente prima ancora che io riuscissi a rialzarmi.
Mi ci vollero alcuni secondi. A settantacinque anni, una caduta non è semplicemente un contrattempo; è una resa alla forza di gravità e all’età. Il polso sinistro pulsava di un dolore sordo, ma le ossa erano intere. Appoggiai la mano destra sul terreno, spinsi lentamente, ignorando la stilettata al ginocchio, e mi rimisi in piedi. Spolverai l’erba dalla gonna con gesti metodici, controllati. Nessuno si avvicinò per aiutarmi, tranne un giovane cameriere con il viso sbiancato che cominciò a raccogliere i dolci con le mani tremanti.
«Lasci stare, ragazzo,» gli dissi a bassa voce. «Non è colpa sua.»
Kristin si trovava a una decina di metri da me, circondata da un piccolo crocchio di ammiratori. Il suo abito rosso catturava la luce del sole di metà pomeriggio come una macchia di sangue fresco su una tela pulita. Era la moglie di Julian Mathis, un investitore immobiliare la cui fortuna era cresciuta a dismisura negli ultimi cinque anni grazie alla speculazione nei quartieri orientali della città.
Camminai verso di lei.
Non affrettai il passo. La mia professione mi aveva insegnato che il tempo è un alleato per chi sa contare e un nemico spietato per chi vive nell’illusione. Quando fui a meno di un metro da lei, Kristin si voltò, sorpresa di trovarmi ancora lì, eretta e composta, nonostante le macchie sul vestito.
«Signora Mathis,» dissi con voce calma, la stessa che usavo quando spiegavo a un cliente che le sue detrazioni illegittime avrebbero attirato l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate.
Lei alzò un sopraciglio, portando il calice alle labbra. «Ancora qui? Pensavo fosse andata a farsi sistemare l’abito. O a trovare un’uscita di servizio.»
«La memoria è una cosa curiosa,» risposi, fissandola negli occhi. I suoi erano di un azzurro freddo, vitreo, abituati a guardare le persone come se fossero ostacoli o elementi di arredo. «A volte si dimenticano i dettagli insignificanti. Altre volte, invece, si nota esattamente ciò che manca.»
Kristin accennò un sorriso sdegnoso. «Non ho la minima idea di cosa lei stia parlando, mia cara.»
«Lo immagino,» dissi. «Ma l’ignoranza non cancella i saldi. Ci vedremo presto.»
Mi girai e me ne andai, senza attendere la sua risposta. Quando passai accanto a Robert Hale, il tesoriere del club che mi aveva invitata, lo trovai visibilmente a disagio. Si puliva il collo con un fazzoletto di lino.
«Margaret… mi dispiace tanto,» balbettò. «Kristin è… beh, è una donna molto influente qui. Julian ha appena finanziato la ristrutturazione della palazzina del campo da golf.»
«Robert,» lo interruppi posandogli una mano braccio, l’unica cosa che feci senza mostrare la smorfia di dolore per il polso. «Non devi scusarti per il comportamento degli altri. Ma dimmi una cosa: la società di gestione dei Mathis usa ancora la Mathis Capital Holdings per i bilanci consolida?»
Robert sgranò gli occhi. «Come… come lo sai?»
«Ho tenuto i libri contabili di questa città per cinquant’anni, Robert. Conosco l’architettura di quasi tutte le fortune di Los Angeles. E so dove sono state messe le fondamenta rotte.»
Capitolo II: L’Arte del Bilancio
Tornai nel mio piccolo appartamento a Pasadena quella sera stessa. Appesi l’abito di pizzo blu nella lavanderia — la macchia di lamponi non se ne sarebbe mai andata del tutto, ma non avevo intenzione di gettarlo via; sarebbe servito da promemoria. Fasciai il polso con una garza elastica e mi sedetti alla mia scrivania di mogano denso, il luogo dove avevo trascorso più della metà della mia vita adulta.
Per quattro decenni avevo gestito lo studio contabile Ellis & Associates prima di venderlo cinque anni prima a un grande gruppo multinazionale. Avevo mantenuto solo una dozzina di clienti storici — vecchi amici, vedove che non si fidavano dei giovani contabili in abito gessato, e Robert Hale.
Ma la vendita dello studio non aveva cancellato la mia memoria.
Nel mio archivio personale, custodito in tre armadi di metallo ignifugo che occupavano metà dello studio di casa, conservavo copie anonimizzate, note di lavoro, estratti pubblici e annotazioni strutturate di oltre quattrocento società commerciali e patrimoni privati della contea. Non per ricatto — non avevo mai chiesto un centesimo in più del mio tariffario orario — ma per un’abitudine professionale rigorosa. Un contabile non dimentica le incongruenze. Le registra, le mette in sospeso, sapendo che prima o poi l’equazione dovrà chiudersi.
Mi posai gli occhiali da lettura sul naso e accesi il computer.
Julian Mathis non era sempre stato ricco. Quindici anni prima era un piccolo intermediario edilizio con una scia di fallimenti controllati alle spalle. Poi, improvvisamente, nel 2018, la sua società aveva acquisito tre complessi residenziali a Glendale e un terreno edificabile a Santa Monica. La crescita era stata troppo rapida, troppo liquida per un periodo in cui i tassi di interesse stritolavano gli operatori di medie dimensioni.
Aprii i registri pubblici della Contea di Los Angeles e le visure camerali dello Stato del Delaware, dove la Mathis Capital Holdings aveva la propria sede legale.
«Vediamo un po’, Kristin,» mormorai alla stanza buia, mentre il cursore lampeggiava sullo schermo. «Vediamo qual è il prezzo della tua boria.»
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