Sfogliai le pagine ingiallite dalla luce del sole. C’erano annotazioni scritte a mano con l’inchiostro nero, calcoli fatti con un righello di legno, correzioni minuziose eseguite con la gomma pane. All’epoca non usavamo computer o fogli di calcolo elettronici; ogni cifra veniva moltiplicata, sommata e verificata due volte a mano, per evitare che un errore umano potesse rovinare la vita di un’intera famiglia o l’equilibrio di una piccola impresa.

Su una pagina in fondo, il signor Henderson aveva scritto a mano con la sua calligrafia elegante:

“Ricorda, Margaret: i numeri non mentono mai. Possono essere travisati da chi li scrive o ignorati da chi li legge, ma conservano sempre la loro integrità matematica. Prima o poi, ogni colonna troverà il suo pareggio.”

Sorrisi, accarezzando la carta ruvida con la punta delle dita.

Chiusi il taccuino e lo riposi con cura nello scaffale più alto dell’armadio di metallo, accanto ai fascicoli dei bilanci chiusi e alle memorie di una vita trascorsa a far quadrare i conti di una città in perenne espansione.

Fuori dalla finestra, il sole stava tramontando dietro le colline di Hollywood, tingendo il cielo di un arancio polveroso e di un rosso cupo, simile al colore di un abito da sera che non sfilerà mai più su nessun prato verde.

Ripresi la penna stilografica, tirai a lucido i miei occhiali da lettura e mi voltai verso la scrivania. C’erano ancora tre dichiarazioni dei redditi da verificare prima di sera, e la precisione, come sapevo fin troppo bene, non ammette ritardi.