Poi, rivolsi la mia attenzione al negozio stesso. Nathan aveva cercato di “modernizzarlo”, introducendo vetrine pacchiane e un’illuminazione fredda che faceva sembrare i diamanti dei pezzi di vetro industriale. Feci strappare via tutto. Richiamai gli architetti che avevano lavorato con mio padre e ordinai di ripristinare il legno di ciliegio, il velluto blu notte e le luci calde che esaltavano il fuoco naturale delle gemme. Volevo che chiunque entrasse sentisse il peso della storia, l’eleganza di un’istituzione che non poteva essere scalfita dall’avidità di un arrampicatore sociale.
Mentre l’azienda rinasceva, il sistema giudiziario faceva il suo corso con Nathan.
Il processo penale fu un evento che attirò l’attenzione della stampa locale, non solo per il valore del marchio Valenti, ma per la natura viscerale della caduta di Nathan. Il giorno in cui fui chiamata a testimoniare, indossai un tailleur nero dal taglio impeccabile. Niente gioielli vistosi, solo un paio di piccoli orecchini di diamanti e l’orologio Patek Philippe di mio padre.
L’aula del tribunale era gremita. Nathan sedeva al banco degli imputati, e per un momento quasi non lo riconobbi. I mesi di arresti domiciliari, l’impossibilità di accedere ai suoi conti segreti e l’abuso di alcol avevano lasciato il segno. Aveva i capelli sfibrati, la pelle grigiastra e le mani che tremavano impercettibilmente sul tavolo di legno. Non mi guardò negli occhi quando entrai.
Il pubblico ministero fu spietato. Proiettò il video della gioielleria sul grande schermo dell’aula. Il silenzio cadde pesante mentre le immagini, nitide e inequivocabili, mostravano Nathan alzare la mano e colpirmi non una, ma due volte, mentre Celeste rimaneva a guardare con cinica indifferenza. Sentii dei sussurri di disgusto levarsi dal pubblico.
Poi fu il turno del perito finanziario, che spiegò alla giuria, con grafici e documenti, l’intricato (ma goffo) sistema con cui Nathan aveva falsificato le mie firme per trasferire il patrimonio a una società fantasma nei Caraibi.
L’avvocato difensore di Nathan, un legale d’ufficio oberato di lavoro, cercò di dipingere il mio ex marito come un uomo sopraffatto dallo stress di gestire un’azienda in crisi (una menzogna smentita dai nostri bilanci in attivo), vittima di un momento di “temporanea follia”. Ma quando Nathan fu chiamato a deporre, si scavò la fossa da solo. Provò a fare la vittima, accusandomi di essere stata una moglie fredda e calcolatrice, sostenendo che l’azienda era cresciuta solo grazie al suo genio del marketing e che meritava quella quota.
Il controinterrogatorio del pubblico ministero lo fece a pezzi in dieci minuti, costringendolo ad ammettere le firme false e i bonifici illegali.
Il verdetto della giuria arrivò in meno di tre ore: colpevole su tutti i fronti. Frode aggravata, appropriazione indebita, falsificazione di documenti e aggressione.
Quando il giudice lesse la sentenza – otto anni di prigione federale senza possibilità di libertà condizionale per i primi cinque – Nathan emise un suono strozzato, simile a un guaito. Si voltò verso di me, gli occhi sbarrati, pieni di lacrime imploranti.
“Elena, ti prego! Dì loro qualcosa! Non posso sopravvivere lì dentro!” urlò, mentre le guardie lo afferravano per le braccia.
Lo guardai senza battere ciglio. Il mio viso era una maschera di freddo marmo. Non provavo pietà, non provavo gioia. Provavo solo una profonda, liberatoria indifferenza. “Hai scelto tu il tuo posto, Nathan. Ora sieditici.”
Mi voltai e uscii dall’aula, il suono dei suoi singhiozzi che si affievoliva dietro le pesanti porte di quercia.
Con Nathan definitivamente chiuso in una cella e il divorzio finalizzato a mio totale favore, mi concentrai sulla creazione di una nuova collezione. Volevo qualcosa che simboleggiasse non solo la rinascita dell’azienda, ma la mia rinascita personale. Mi chiusi nel laboratorio con i nostri maestri orafi per settimane.
Il risultato fu la collezione “Fenice”.
Non usammo i classici tagli a brillante. Optammo per tagli antichi, smeraldo e marquise, incastonati in oro rosa e platino, creando design che sembravano fiamme fluide, ali che si spiegavano, intricati labirinti di luce. Il pezzo forte, una collana chiamata “Resilienza”, era composto da un eccezionale diamante giallo da dieci carati, circondato da una cascata di diamanti bianchi purissimi che si intrecciavano come armature flessibili.
L’evento di lancio della collezione fu organizzato al Museo d’Arte Moderna della città. Fu la serata di gala dell’anno. Invitai i nostri clienti più prestigiosi, la stampa di settore, celebrità e, naturalmente, le donne d’affari più influenti della regione.
La sala era un tripudio di fiori bianchi, luci soffuse e musica orchestrale. Indossavo un abito da sera di velluto scarlatto che scendeva fluido fino al pavimento, la schiena scoperta, e al collo portavo la collana “Resilienza”. Sapevo di attirare ogni sguardo, ma questa volta non mi nascondevo dietro l’ombra di un marito narcisista. Ero io il sole.
Durante la serata, mentre sorseggiavo champagne e ricevevo le congratulazioni per il ritorno trionfale del marchio Valenti, vidi una scena che mi fece quasi sorridere.
Tra i camerieri assunti dal catering per servire i vassoi di caviale e blinis, c’era una donna che cercava disperatamente di nascondere il viso dietro i capelli tinti di biondo platino, ora visibilmente rovinati dalla ricrescita scura. Indossava l’uniforme nera del servizio, le scarpe comode e aveva l’aria stanca di chi lavora dodici ore in piedi.
Era Celeste.
Evidentemente, dopo la confisca dei beni di Nathan e l’indagine sulla sua società offshore, i soldi facili erano finiti. E i “consulenti d’immagine” con precedenti di frode non trovavano facilmente posto nelle aziende di lusso.
Mi avvicinai al tavolo dei buffet. Lei mi vide arrivare e sbiancò. Le sue mani tremarono così tanto che i bicchieri di cristallo sul suo vassoio tintinnarono pericolosamente. Fece per voltarsi e scappare verso le cucine, ma la sua responsabile, una donna arcigna con un auricolare, le fece un cenno severo per farla restare al suo posto.
Mi fermai esattamente di fronte a lei. Celeste teneva gli occhi bassi, fissando le mie scarpe firmate.
“Un bicchiere d’acqua frizzante, per favore, con una fetta di limone,” le chiesi, il tono cortese, professionale e assolutamente privo di riconoscimento.
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