La ragazza alzò gli occhi gonfi di lacrime. “Non ho mai visto il capo. Tutti lo chiamano ‘L’Architetto’. Ma l’uomo che gestisce i soldi… l’uomo da cui sono fuggita… si chiama Valerio. Lavorava per un tizio che è in prigione ora, un certo Marcello.”
A quel nome, il respiro di Chiara si fermò per una frazione di secondo. Marcello. L’uomo che due anni prima aveva minacciato Daniel nel suo ufficio, l’emissario dell’organizzazione criminale che aveva finanziato Isabella e Roberto. Marcello era in un carcere di massima sicurezza, ma chiaramente i tentacoli del suo impero mafioso non erano stati recisi del tutto.
Chiara si alzò lentamente. “Torno subito, Sofia. Prometto che da qui non ti muoverai.”
Uscì dalla stanza e percorse a grandi passi il corridoio, il cuore che le batteva forte contro il petto. Raggiunse l’ufficio di Daniel e chiuse la porta a chiave dietro di sé. Daniel era al telefono, ma capendo l’urgenza nello sguardo della moglie, riattaccò immediatamente.
“Che succede, amore? Sei pallida.”
Chiara si appoggiò alla scrivania, posandosi una mano sul grembo come per proteggere la bambina. “Sofia. La nuova ospite. Era la contabile per un giro di riciclaggio. Ha rubato un hard disk con le prove. Daniel… gli uomini da cui scappa sono il rimasuglio dell’organizzazione di Marcello.”
Il viso di Daniel si indurì all’istante. L’ombra del passato, il fantasma del fango e del terrore, sembrò materializzarsi di nuovo nella stanza. Ma a differenza di due anni prima, non c’era panico nei suoi occhi. C’era la fredda, affilata determinazione di un lupo che vede una minaccia avvicinarsi al proprio branco.
“Dov’è l’hard disk?” chiese lui, la voce bassa e controllata.
“L’ha nascosto fuori, in un armadietto della stazione prima che i Carabinieri la trovassero,” rispose Chiara. “Ha la chiave. Ma è terrorizzata. Pensa che abbiano infiltrati ovunque.”
“E forse ha ragione,” rifletté Daniel, passandosi una mano tra i capelli. “Se consegniamo l’hard disk alla stazione di polizia sbagliata, o all’agente sbagliato, sparirà nel nulla e Sofia diventerà un bersaglio morto.”
In quel momento, la porta dell’ufficio venne bussata con insistenza. Daniel andò ad aprire. Era Elena. Anche lei sembrava aver perso la solita allegria.
“Daniel, c’è un problema all’ingresso principale,” disse Elena, entrando e chiudendo la porta. “C’è una berlina nera ferma davanti al cancello. Due uomini in giacca e cravatta pretendono di entrare. Dicono di essere ispettori del Ministero della Salute per un controllo a sorpresa sulle norme igienico-sanitarie. Ma non hanno voluto mostrare i tesserini alla guardia attraverso la telecamera.”
“Non sono ispettori,” sentenziò Daniel, scambiando un’occhiata d’intesa con Chiara. “Sanno che Sofia è qui. Stanno cercando una scusa legale per forzare l’ingresso ed esplorare la struttura.”
“Cosa facciamo?” chiese Chiara, la mente che calcolava già i tempi di blocco delle porte. “Possiamo attivare il protocollo di lockdown totale. I cancelli reggeranno l’urto di un tir.”
“No,” rispose Daniel. “Se attiviamo il lockdown per dei presunti ‘ispettori’, useranno i loro agganci corrotti per farci denunciare per ostruzione a pubblico ufficiale. Avranno un mandato di perquisizione entro domattina. Dobbiamo giocare d’anticipo. Dobbiamo essere più intelligenti di loro.”
Si rivolse alla madre. “Mamma, tu vai con Chiara nell’ala ovest. Chiudetevi nella stanza con Sofia e non uscite per nessun motivo. Chiara, attiva il blocco di sicurezza di livello due: isola il reparto notte dalla hall principale. Io vado ad accogliere i nostri ospiti.”
“Stai attento,” sussurrò Chiara, afferrandogli la mano prima che uscisse.
“L’ultima volta che mi sono trovato faccia a faccia con questa gente, gli ho fatto assaggiare il fango,” rispose lui, con un mezzo sorriso feroce. “Questa volta li farò affogare nelle loro stesse carte.”
Daniel attraversò il cortile e raggiunse la guardiola all’ingresso principale. Guardò i monitor di sicurezza. I due uomini erano fuori, eleganti ma con la postura rigida tipica di chi è abituato a portare un’arma. Daniel premette il pulsante del citofono esterno.
“Sono Daniel Conti, direttore della struttura. Come posso aiutarvi?”
La voce metallica dell’uomo più anziano rispose dal citofono. “Signor Conti. Siamo qui per un’ispezione ministeriale a campione. La preghiamo di aprire i cancelli. Qualsiasi ritardo sarà segnalato a verbale e potrebbe comportare la sospensione della vostra licenza.”
Daniel non si fece intimidire. Aveva studiato la legge meglio di chiunque altro quando aveva aperto il centro. “Mi scusi per il disagio. Il protocollo del centro prevede l’identificazione preliminare. Vi prego di esibire i vostri tesserini ministeriali e il mandato di ispezione davanti alla telecamera. Una volta verificati con la prefettura, i cancelli si apriranno immediatamente.”
Ci fu un momento di esitazione dall’altra parte. L’uomo tirò fuori dal taschino un tesserino e lo avvicinò alla telecamera. Daniel premette il pulsante per scattare uno screenshot in alta definizione. Inviò immediatamente l’immagine al suo team legale a Milano, con cui era costantemente in contatto.
“Un momento di pazienza, prego,” disse Daniel.
Cinque minuti dopo, il telefono di Daniel squillò. Era il suo avvocato capo, l’uomo che aveva gestito la liquidazione del conto di Roberto.
“Daniel, il tesserino è autentico, ma l’uomo è un funzionario di basso livello del dipartimento provinciale, noto per avere legami… opachi. Non c’è nessuna ispezione ufficiale autorizzata per ‘Luce Nuova’ oggi. È un’iniziativa personale, probabilmente pagata da terzi.”
“Perfetto,” rispose Daniel, sentendo un’ondata di gelida sicurezza. “Prepara un’istanza d’urgenza per abuso di potere e avverti il Procuratore Capo Antimafia, il dottor Rinaldi. Quello che ci ha aiutati due anni fa. Digli che ho un funzionario corrotto alla mia porta e una testimone chiave all’interno che ha un hard disk con la contabilità del clan di Marcello. Vorrà essere qui.”
Daniel riattivò il citofono. “Signori, ho appena verificato le vostre credenziali. Purtroppo risulta che la vostra ispezione non è autorizzata dal Ministero. Vi invito a lasciare la proprietà.”
L’uomo al citofono perse la calma. “Apri questo fottuto cancello, Conti! Sappiamo che la ragazzina è lì dentro. Dacci lei e l’hard disk, e il tuo prezioso centro per donne disperate continuerà a funzionare. Mettiti in mezzo, e giuro che ti bruciamo l’edificio con te e la tua moglie incinta dentro.”
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