«Ricevuto» concluse Valenti con voce d’acciaio. «Prepariamo gli atti entro mezzogiorno. Quando atterri a Londra?»
«Tra un’ora. Resterò a Mayfair per due settimane. Non passare alcuna chiamata al mio numero inglese a meno che non provenga dalla sede operativa di Rotterdam o da mia sorella Clara. Se Julian si presenta al tuo studio, digli semplicemente di parlare con i suoi nuovi colleghi dell’ufficio di collocamento.»
Chiusi la chiamata. Guardai fuori dal finestrino mentre l’aereo cominciava la sua discesa attraverso la coltre grigia di nubi che avvolgeva la campagna inglese. Per la prima volta dopo la morte di mio marito, non sentivo sulle spalle il peso soffocante del dovere familiare. Sentivo una quiete strana, quasi chirurgica.
Nel frattempo, a Firenze, la domenica mattina si era trasformata in un incubo a occhi aperti per gli occupanti della suite presidenziale dell’Hotel Brunelleschi.
Tiffany si era svegliata con gli occhi gonfi come noci e un mal di testa lancinante che le martellava la base del cranio. Il maestoso abito da sposa da novemila dollari giaceva accartocciato sul pavimento di moquette, macchiato sul bordo inferiore dal terriccio del giardino di Villa Paradiso e da una vistosa chiazza di vino rosso rovesciata durante la fuga precipitosa della notte prima.
Accanto al letto, suo marito Julian sedeva sul bordo del materasso in mutande e canottiera, con i capelli arruffati e il viso cinereo, fissando lo schermo del suo cellulare con un’espressione da condannato a morte.
«Ha risposto?» gracchiò Tiffany, la voce resa roca dalle ore trascorse a urlare e piangere nel parcheggio della tenuta. «Tua madre ha risposto a quel maledetto telefono?»
Julian scosse la testa lentamente, senza voltarsi a guardarla. «La linea è staccata. Entra direttamente la segreteria telefonica della filiale londinese. Ho provato a chiamare Valenti… mi ha risposto la segretaria dicendo che l’avvocato riceve solo su appuntamento e che non ha alcuna delega per rilasciare dichiarazioni su questioni private.»
Tiffany balzò a sedere sul letto, tirandosi le lenzuola fin sopra il petto con un gesto isterico. «È un’allucinazione! Non può farci questo! Abbiamo duecento fatture aperte, Julian! Il fotografo non ci consegnerà mai gli scatti ufficiali senza il saldo di ottomila euro! Il fiorista ha minacciato di mandare la lettera di ingiunzione a mio padre lunedì mattina! E la villa… quel bastardo di Marco Bellini mi ha detto che se non paghiamo i sessantottomila euro entro martedì depositerà un ricorso per decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo con denuncia accessoria per truffa all’incasso!»
Julian si voltò finalmente verso di lei. Nei suoi occhi non c’era più la sottomissione timorosa della sera precedente; c’era un rancore sordo, viscerale, alimentato dal panico della rovina imminente.
«E di chi credi che sia la colpa, Tiffany?» sibilò Julian, alzandosi in piedi e puntandole l’indice contro. «Chi l’ha colpita? Chi ha pensato bene di alzare le mani su mia madre di fronte a mezza città?»
«Ah, adesso è colpa mia?!» strillò lei, alzandosi dal letto e avvolgendosi nella vestaglia di seta con rabbia teatrale. «Tua madre stava cercando di distruggere il mio giorno perfetto! Voleva umiliarmi mettendo quella vecchia storpia al tavolo centrale, davanti a tutti i miei colleghi d’agenzia! L’ha fatto apposta per provocarmi, per farmi perdere il controllo! E tu saresti un uomo? Sei rimasto lì impalato a guardare mentre mi toglievano il vino da sotto il naso! Sei un verme, Julian! Un fallito mantenuto che non è nemmeno capace di gestire sua madre!»
«Quella “vecchia storpia”, come la chiami tu, è mia zia Clara!» urlò Julian, facendo tremare i vetri della stanza d’albergo. «Ed era mia madre che stava pagando per ogni singolo centimetro di seta che hai addosso! Quei cinquantamila euro di antipasti, i fiori dall’Olanda, i musicisti, la macchina… era tutto suo! Non abbiamo un soldo, Tiffany! Capisci questa parola o te la devo sillabare? NON ABBIAMO UN SOLDO!»
Tiffany si bloccò per una frazione di secondo, colpita dalla violenza inaspettata di quella sfuriata. Ma la sua arroganza innata riprese immediatamente il sopravvento.
«Non dire idiozie. Tu sei il vicepresidente della Bennett Marine. Hai le tue quote aziendali. Hai il tuo stipendio. Domani andrai in banca, chiederai un anticipo sulla linea aziendale e sistemerai tutto prima che la notizia esca sui giornali locali. Mia madre dice che basterà fare una dichiarazione alla stampa dicendo che c’è stato un problema tecnico all’impianto elettrico della villa.»
Proprio in quel momento, il telefono di Julian vibrò sul comodino. Non era una chiamata, ma una serie di notifiche ufficiali dall’applicazione della banca d’affari e dalla casella di posta elettronica certificata.
Julian si precipitò ad afferrare il dispositivo. Con le mani che gli tremavano in modo visibile, sbloccò lo schermo.
I suoi occhi scorsero tre e-mail contrassegnate con la massima priorità:
NOTIFICA BANCARIA: La procura operativa sul conto corrente corporate IT89X050… è stata revocata su disposizione del Presidente del CdA. Carte di credito associate DISATTIVATE.
COMUNICAZIONE AZIENDALE: Convocazione straordinaria del Consiglio di Amministrazione della Bennett Marine Logistics. Ordine del giorno: Soppressione della divisione Relazioni Esterne e revoca del compenso dirigenziale a Julian Bennett.
STUDIO LEGALE VALENTI: Notifica formale di risoluzione del comodato d’uso a titolo gratuito per l’immobile sito in Milano, Corso Magenta 42. Termine per il rilascio spontaneo: trenta giorni dal ricevimento della presente.
Il telefono scivolò dalle dita di Julian, cadendo sul tappeto con un rumore soffocato. Il giovane barcollò all’indietro fino a sbattere contro la toletta di legno dorato, portandosi le mani al volto mentre un respiro spezzato gli squassava il petto.
«Cosa c’è?» chiese Tiffany, allungando il collo con un’improvvisa fitta di ansia reale nello sguardo. «Julian, cosa dice quel messaggio?»
«Ci ha cacciati» mormorò lui, con una voce che sembrava provenire dal fondo di un pozzo. «Ci ha tolti da tutto. Ha cancellato il mio stipendio. Ha chiuso i conti aziendali. Ha revocato la casa di corso Magenta… abbiamo trenta giorni per fare le valigie e andarcene.»
Tiffany si portò le mani alla bocca, gli occhi sbarrati dal terrore puro. «Cosa… cosa significa che ci ha cacciati dalla casa? Quello è il nostro appartamento! Ho speso quarantaquattromila euro per rifare la cucina con il marmo di Carrara lo scorso mese!»
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