«Hanno liberato i locali entro i trenta giorni previsti?» domandai, aprendo il fascicolo per esaminare i verbali di consegna delle chiavi.

«Sono stati costretti a farlo sotto la supervisione dell’ufficiale giudiziario» rispose Valenti. «La signorina Tiffany ha provato a portare via persino le applique da parete in ottone e gli elettrodomestici da incasso della cucina che avevi acquistato tu con la società immobiliare, ma il perito ha bloccato il furgone sul passo carrabile. Le è stato intimato di restituire ogni singolo elemento d’arredo non registrato come bene personale. Si sono trasferiti in un bilocale in affitto a Quarto Oggiaro, al quarto piano di uno stabile degli anni Sessanta senza ascensore. Un appartamento modesto, pagato con i risparmi della liquidazione minima di Julian.»

Rimasi in silenzio per qualche istante, scorrendo le fotografie scattate dal perito al momento del rilascio dell’immobile. Quella casa, che avevo ristrutturato con tanta cura sperando che diventasse il nido di una famiglia solida e felice, era stata trattata come un trofeo da esibire e saccheggiare. Ora era vuota, pulita, pronta per essere venduta o messa a reddito sul mercato ordinario.

«E Julian?» chiesi, con un tono in cui cercai di non lasciar trapelare né rimpianto né trionfalismo, ma soltanto un fermo e oggettivo rigore. «Come sta affrontando la sua nuova realtà?»

Valenti sospirò, appoggiando i gomiti sui braccioli della poltrona. «Tuo figlio ha scoperto cosa significa presentarsi a un colloquio di lavoro senza il cognome Bennett come lasciapassare. Ha sostenuto quattro colloqui in agenzie marittime concorrenti e società di spedizioni internazionali tra Genova e Ravenna. Nessuno gli ha offerto un ruolo direttivo. L’eco di ciò che è accaduto a Villa Paradiso si è diffusa come un incendio nell’ambiente imprenditoriale: il mondo dei trasporti marittimi è piccolo, Margaret, e nessuno vuole assumere un dirigente junior che ha consentito a una debuttante isterica di calpestare pubblicamente il presidente della holding più solida del settore.»

«Gli hanno offerto qualcosa?»

«Una ditta di brokeraggio doganale al porto di Genova gli ha proposto un contratto a tempo determinato come addetto alle bolle d’entrata e smistamento container al terminal merci. Turno notturno, quattordici ore a settimana per cominciare, con una retribuzione di poco superiore a milleduecento euro al mese. So che ha accettato due giorni fa. Non aveva altra scelta: i conti personali erano andati in rosso per le spese legali e Tiffany pretendeva denaro che lui semplicemente non possedeva.»

«E il loro matrimonio?»

Valenti scosse il capo con un sorriso tirato. «Se così si può chiamare un legame fondato sul conto in banca. Vivono come due separati in casa nello stesso bilocale. Gli avvocati di lei stanno già preparando una richiesta di separazione con addebito per presunta simulazione patrimoniale, sostenendo che Julian l’abbia ingannata facendole credere di essere titolare di un patrimonio autonomo prima delle nozze. Ma non otterrà nulla: gli accordi prematrimoniali che avevi preteso di allegare al regime patrimoniale separato sono a prova di bomba. La ragazza si ritrova senza una dote, con debiti personali verso i fornitori di bellezza e moda, e con una reputazione completamente distrutta nell’ambiente dell’alta società milanese.»

Chiusi il fascicolo con un movimento deciso. Sentivo una profonda, liberatoria chiarezza interiore.

«Grazie, Gianluigi. Hai fatto un lavoro impeccabile. Da oggi in poi, non voglio più ricevere resoconti periodici sulla loro vita quotidiana a meno che non vi siano interferenze dirette con il patrimonio della società. Julian deve percorrere la sua strada fino in fondo. Se imparerà a camminare con le proprie gambe, forse un giorno capirà cosa significa essere un uomo d’onore. Fino ad allora, per me è solo un dipendente portuale tra le migliaia che lavorano lungo le coste di questo paese.»

«Capito perfettamente, Margaret» disse l’avvocato, alzandosi e stringendomi la mano con deferenza prima di avviarsi verso l’uscita. «Ci vediamo venerdì per la ratifica del bilancio consuntivo.»

Rimasta sola, guardai l’orologio a parete: erano le undici del mattino. Presi il mio soprabito di lana color cammello, la sciarpa di seta e la borsa, e scesi nei garage sotterranei della palazzina direzionale. Invece di farmi accompagnare dall’autista, decisi di mettermi io stessa alla guida della mia berlina. Avevo bisogno di sentire il contatto con la strada, di viaggiare senza filtri protettivi, assaporando la sensazione di autonomia che per troppo tempo avevo delegato alla comodità del mio rango.

Imboccai l’autostrada in direzione sud, verso l’Emilia.

La destinazione era Bologna, dove mia sorella Clara mi aspettava nella sua casa sui colli, un piccolo villino circondato da querce secolari dove il tempo sembrava scorrere a un ritmo più umano e autentico.

Il viaggio durò poco più di due ore. Quando parcheggiai nel vialetto ghiaiato della tenuta di Clara, il profumo dei camini accesi e della legna di faggio bruciata mi accolse come un abbraccio caloroso. La porta d’ingresso si aprì quasi subito: Clara, seduta sulla sua sedia a rotelle con un morbido scialle di lana d’angora color panna intorno alle spalle, mi sorrideva dall’atrio vetrato.

«Sei in perfetto orario, Margaret» mi disse, allargando le braccia non appena varcai la soglia.

Mi chinai e la strinsi forte a me. L’odore della sua acqua di colonia alla lavanda, lo stesso che usava nostra madre quando eravamo bambine, spazzò via ogni residuo di amarezza accumulato nei mesi passati.

«Come stai, Clara?» le chiesi, togliendomi il soprabito e appendendolo all’attaccapanni d’ottone.

«Sto benissimo, cara. E il tè è già pronto in salotto, insieme a quei frollini all’albicocca che Arthur comprava sempre quando scendeva a trovarci per le feste natalizie.»

Ci accomodammo accanto alla grande stufa in maiolica, dove il fuoco scoppiettava vivace proiettando riflessi dorati sui mobili di famiglia, sui vecchi libri rilegati in cuoio e sulle stampe che nostro padre aveva collezionato durante i suoi viaggi giovanili.

Clara versò il tè nelle tazze di porcellana con gesti precisi e calmi. «Ti vedo distesa, Margaret. Il viso ha perso quella tensione metallica che avevi a Londra due mesi fa.»

«La giustizia ha concluso i suoi passaggi burocratici, Clara» risposi, portando la tazza alle labbra. «Ieri sera si sono chiuse le ultime pendenze legali della farsa matrimoniale di Julian. Ora ognuno raccoglie ciò che ha seminato.»