«Nonna, la signora Gable mi ha insegnato a fare la guardia», disse con serietà. «I soldati rossi stanno davanti al castello e i soldati blu non possono entrare se non sanno la parola d’ordine.»
Dani si inginocchiò accanto a lei sul tappeto, tirandola a sé con un abbraccio così stretto che la bambina lasciò cadere un cavallino di legno senza protestare. Le affondò la faccia tra i capelli morbidi, respirando quell’odore di sonno e di bucato che solo i figli sanno avere, e sentii per la prima volta quel nodo di lacrime sciogliersi finalmente, non più in un singhiozzo di disperazione, ma in un pianto silenzioso e purificatore, come l’acqua che scorre via da un canale otturato.
Io rimasi in piedi vicino alla porta, guardandole.
Andai verso l’attaccapanni, presi il mio vecchio cappotto grigio e mi sedetti sulla poltrona di velluto verde. Tirai fuori dalla tasca della gonna un ago da cucito con una cruna larga e un pezzo di filo nero resistente, di quello cerato che si usa per rattoppare le coperte di lana pesante.
Infilai l’ago con dita ferme, senza occhiali, affidandomi alla memoria dei muscoli e all’abitudine di mille domeniche passate a rammendare le calze prima che la casa si svegliasse. Presi il bottone di finto corno che dondolava ancora dal filo spezzato, lo posizionai esattamente sopra il segno circolare lasciato sul tessuto grigio e cominciai a cucire.
Un punto dentro, un punto fuori.
Tiravo il filo forte, finché non sentivo il tessuto cedere leggermente sotto la tensione, stringendo il nodo fino a farlo diventare duro come una pietra.
«Mamma», disse Dani dal tappeto, asciugandosi le guance con il dorso della mano e guardandomi con un piccolo sorriso stanco. «Cosa fai?»
«Riparazione ordinaria», risposi, passando l’ago un’ultima volta attraverso l’asola per chiudere il lavoro. «Le cose importanti non si buttano via solo perché qualcuno ha provato a strapparle. Si rinforzano i punti, si cambia il filo vecchio con uno più spesso, e si continua a camminare finché il cappotto tiene il freddo.»
Tagliai il filo con i denti, con quel gesto antico che faceva sempre mia madre, e feci scattare il bottone dentro l’occhiello. Teneva alla perfezione, saldo, dritto e sicuro, pronto a sopportare tutto l’inverno che stava per arrivare.
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