Jada tornò dal bagno con i calzini che facevano fruscio sul linoleum. Aveva la faccia lavata e gli occhi ancora lucidi, ma quando vide la torta con il vapore che saliva e la tazza con il disegno del gatto, il suo faccino si illuminò di quella semplicità feroce che hanno solo i bambini, quella capacità di dimenticare l’abisso per un pezzo di zucchero.
«Posso mangiare prima la crosticina?» chiese, arrampicandosi sulla sedia accanto alla madre.
«Tutta la crosticina che vuoi», le dissi, passandole la forchetta. «E poi si va nel letto grande, quello di sopra, con la coperta patchwork che piace a te.»
«E la mamma dorme con me?»
Dani alzò la testa, asciugandosi gli occhi con la manica del maglione, e guardò sua figlia con un sorriso che finalmente le arrivò fino agli occhi, spazzando via per un momento quell’ombra grigia che si portava dietro da settimane.
«La mamma dorme con te, tesoro. Tutta la notte.»
Verso le due del mattino la pioggia ricominciò a battere contro le persiane della camera degli ospiti. Era un rumore fitto, metodico, che sembrava voler lavare via le tracce di tutto ciò che era successo nelle ultime dodici ore.
Ero seduta nella mia poltrona di velluto verde in soggiorno, al buio, con una tazza di camomilla fredda tra le mani e una coperta sulle ginocchia. Non riuscivo a dormire. Quando si arriva alla mia età, il sonno non è più quella coperta pesante che ti cade addosso la sera; è una tela sottile, piena di buchi, da cui passano tutti i pensieri che hai cercato di scacciare durante il giorno.
Il telefono fisso sul tavolino accanto alla poltrona squillò.
Non fece un rumore forte — avevo abbassato la suoneria anni fa per non svegliare il gatto che allora era ancora vivo — ma nella stanza silenziosa sembrò lo scoppio di una gomma sull’asfalto. Rimasi a guardarlo per tre squilli. Il display luminoso verde lampeggiava, mostrando un numero che conoscevo a memoria, quello della casa in collina che avevo appena lasciato.
Al quarto squillo sollevai la cornetta. Non dissi nulla. La portai all’orecchio e aspettai.
Dall’altra parte ci fu un momento di silenzio, poi il rumore pesante di un respiro, seguito dal fruscio di una fiamma d’accendino e dall’aspirazione profonda di una boccata di fumo. Terrence. Stava fumando dentro casa, in salotto, cosa che non faceva mai perché diceva che l’odore si attaccava ai divani di pelle.
«So che sei lì, Evelyn», disse la sua voce. Era roca, priva di quell’artificio controllato che usava di giorno. Sembrava la voce di un uomo che ha bevuto troppo bourbon da solo, al buio, guardando i piatti rotti nel lavandino.
«La bambina dorme», dissi io, a bassa voce, senza rabbia, quasi con noia. «E anche Dani. Se hai intenzione di minacciare qualcuno, ti conviene farlo in fretta, perché domani mi devo alzare presto per fare i pancake.»
Lui emise una risata breve, simile a un colpo di tosse. «Credi di aver vinto, vero? Credi che basti portarla via per una notte. Non sai nemmeno cosa c’è in ballo, vecchia stupida. Non hai idea dei debiti che abbiamo. Non hai idea di quanti soldi tua figlia ha speso per le sue ‘terapie’ e per le sue stupidaggini. Quella casa è ipotecata fino all’ultimo mattone. Se divorziamo, lei si ritrova per strada con la metà di un debito che non riuscirà a pagare nemmeno se lavora fino a cent’anni.»
Strinsi la cornetta fino a sentire le nocche delle dita scricchiolare.
Quindi era questo. Non si trattava di potere, o almeno non solo. Si trattava della solita, vecchia, lurida storia dei soldi.
«L’ipoteca è a nome tuo, Terrence», dissi, scavando nei miei ricordi del catasto e dei documenti che Dani mi aveva fatto firmare come testimone quattro anni prima, quando avevano comprato la villa. «Mio marito Robert ha lasciato quella parte di eredità intestata a un trust protetto per Dani prima di morire. Tu hai firmato la rinuncia ai diritti sul fondo fiduciario il giorno prima del matrimonio, perché tuo padre ti aveva convinto che fosse più conveniente per scaricare le tasse della ditta. Ti ricordi quel foglietto azzurro, Terrence? Quello con la filigrana della banca statale?»
Dall’altro capo del filo il silenzio si fece così assoluto che riuscii a sentire il gocciolare della pioggia nella grondaia fuori dalla sua finestra.
«L’avvocato Vance non era tuo amico, Terrence», continuai, parlando lentamente, scandendo ogni sillaba come se stessi spiegando il resto a un cliente distratto. «Era l’avvocato di mio marito. E prima di morire ha passato tutte le carte a suo figlio, non perché si occupi di fallimenti, ma perché gestisce i patrimoni bloccati dei minori. Jada è la beneficiaria diretta della casa di collina dal giorno in cui è nata. Tu sei solo un inquilino con la firma delegata, e domani mattina alle nove quella delega verrà revocata.»
Un’altra menzogna? Forse a metà.
Sapevo che Robert aveva fatto qualcosa del genere con Vance, molti anni fa, quando sentiva che il cuore cominciava a cedere e voleva essere sicuro che la sua bambina non finisse sul lastrico. Non ricordavo tutti i dettagli legali — all’epoca avevo lasciato fare agli uomini con le cravatte di seta — ma sapevo quanto bastava per toccare il nervo scoperto.
«Stai bluffando», disse lui, ma la voce gli si era incrinata, salendo di mezzo tono, come quella di un ragazzino sorpreso a rubare le caramelle nell’armadietto della dispensa.
«Vieni a vedere domani mattina, Terrence», dissi io. «Vieni con la polizia, vieni con il tuo amico medico, vieni con chi ti pare. Ma ti avverto: porta con te una valigia, perché le serrature di quella casa le farò cambiare prima di mezzogiorno. Buonanotte.»
Riagganciai senza aspettare la risposta.
Staccai lo spinotto del telefono dal muro con un movimento secco, lasciando cadere il cavo sulla moquette.
Mi alzai dalla poltrona con fatica, sentendo ogni singolo anno addosso, ogni ora passata in piedi dietro a quel bancone di quercia massiccia a contare i soldi degli altri mentre la mia giovinezza se ne andava via un dollaro alla volta. Mi avvicinai alla finestra del soggiorno e scostai la tenda di pizzo.
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