“Va bene, hai ragione, lo farò,” sussurrai al microfono, stringendo i denti fino a farmi male alla mandibola.

“Dammi solo un’altra mezz’ora per calmarmi e smettere di piangere, sto camminando qui nel parco vicino all’ingresso posteriore dell’ospedale.”

“Non tardare troppo, la direzione ci sta mettendo fretta per sgomberare la sala,” concluse lui sbrigativamente, tradendo una sottile ma evidente impazienza prima di riattaccare bruscamente la chiamata.

Il suo vero intento era chiarissimo: voleva assicurarsi di chiudere definitivamente e legalmente la questione il prima possibile per poter volare via o concludere la transazione senza alcun fastidioso intoppo giudiziario.

Poco dopo, il grosso SUV blindato color nero opaco di mio fratello si fermò sgommando ferocemente accanto al marciapiede, sollevando una nuvola di polvere urbana.

Salii rapidamente a bordo dal sedile del passeggero e gli mostrai in silenzio l’intero contenuto compromettente dello zaino nero che avevo recuperato dall’auto.

Alejandro osservò i documenti falsi e le medicine, poi strinse il volante di pelle con una forza tale da far letteralmente sbiancare le nocche delle sue mani grandi e segnate dalle cicatrici.

“Quel bastardo presuntuoso ha appena superato il punto di non ritorno, scherzando con la persona sbagliata,” sibilò tra i denti stretti, con uno sguardo omicida che non gli vedevo dai tempi del suo congedo militare.

“La pagherà molto cara per ogni singola lacrima versata da mia nipote, ma la priorità assoluta adesso è recuperare Lucía prima che quel dannato aereo stacchi le ruote da terra.”

Corremmo a folle velocità verso l’aeroporto privato, tagliando le corsie, bruciando i semafori rossi e sfidando il caotico traffico dell’ora di punta della metropoli messicana.

Durante quel tragitto interminabile, caricai metodicamente e con precisione agghiacciante una pistola calibro 9 che Alejandro mi aveva estratto dal vano portaoggetti blindato.

Non avevo assolutamente mai sparato a nessun essere umano nella mia tranquilla vita borghese, ma in quel preciso istante mi sentivo gelidamente pronta a svuotare l’intero caricatore nel petto di colui che un tempo avevo ingenuamente chiamato marito.

Arrivammo ai margini esterni dell’aeroporto privato verso le sei e quaranta, guadagnando tempo prezioso sulla tabella di marcia dei rapitori.

Il terminal privato era sorprendentemente silenzioso, quasi spettrale, illuminato solo dai potenti fari arancioni che delimitavano le piste d’atterraggio.

Alejandro superò facilmente la recinzione esterna e parcheggiò il SUV in una zona buia, mimetizzato perfettamente dietro una fila di grandi furgoni merci, permettendoci di osservare la pista principale senza essere minimamente notati.

A meno di cento metri da noi, c’era uno scintillante jet privato bianco di lusso in fase avanzata di rifornimento, con le eleganti scale d’imbarco già completamente abbassate e pronte ad accogliere i passeggeri.

Solo cinque lunghi e logoranti minuti dopo il nostro arrivo furtivo, un’elegante auto berlina nera con i vetri pesantemente oscurati si avvicinò lentamente e si fermò direttamente ai piedi della scaletta dell’aereo.

Dallo sportello anteriore dell’auto scese per prima Renata, guardandosi nervosamente intorno nel buio, stringendo convulsamente al petto una borsa enorme di pelle scura, che presumibilmente conteneva i contanti o l’anticipo del mostruoso pagamento.

Poi fu il turno di Graciela, la matriarca spietata della famiglia, che scese maestosamente dal veicolo con la sua solita aria arrogante, ostentando un cappotto di lusso come se stesse partendo per una semplice vacanza in Costa Azzurra.

Infine, un grosso e muscoloso autista in abito scuro aprì la portiera posteriore dal lato opposto, si chinò verso l’interno e tirò fuori qualcosa di piccolo e inerme, accuratamente avvolto in una spessa coperta di lana grigia.

Era innegabilmente la mia dolce Lucía.

La mia bambina giaceva completamente abbandonata tra le braccia del colosso, inerte e pesantemente addormentata, palesemente sopraffatta dai pesanti effetti del sedativo trovato poco prima nel SUV.

Il cuore mi balzò dolorosamente in gola al punto da farmi mancare il fiato, facendomi vacillare per un istante sui miei stessi passi per la potenza emotiva di quella visione atroce.

Tuttavia, notai subito un particolare cruciale: Rodrigo non era assolutamente con loro in quel momento cruciale dello scambio.

Lui era cinicamente rimasto all’ospedale ad aspettare che io firmassi ingenuamente i documenti della liberatoria, usandoli come alibi di ferro e perfetto per scaricare legalmente tutta la responsabilità della “morte” accidentale su di me e sulle sviste della sua assistente.

“Adesso è ora o mai più, sorella mia,” disse Alejandro in tono perentorio, sbloccando la sicura del suo fucile d’assalto compatto e aprendo silenziosamente la portiera del SUV.

Uscimmo dall’auto senza fare alcun rumore e ci dirigemmo a grandi e veloci passi verso il jet in attesa, mantenendo un assetto basso e le armi pronte all’uso immediato.

Due uomini armati della sicurezza privata dell’aeroporto, accortisi dei nostri movimenti sospetti, tentarono di intercettarci minacciosamente estraendo i manganelli.

Alejandro, però, non perse tempo prezioso: estrasse fulmineamente il suo autentico distintivo federale plastificato e puntò il fucile contro di loro, intimandogli il fermo con una ferocia tale da farli arretrare impauriti e con le mani alzate.

“Nessuno si muova o vi giuro su Dio che vi faccio saltare le cervella!” urlò Alejandro con voce tonante che squarciò il silenzio della pista, puntando l’arma dritta al petto dell’autista che stava appena sollevando un piede sul primo gradino della scaletta con Lucía stretta in braccio.

L’autista si bloccò all’istante, colto di sorpresa e terrorizzato dall’apparizione improvvisa di quel commando di due persone, mentre l’anziana Graciela si portò le mani al viso lanciando un urlo acuto e isterico.

“Valeria, brutta sgualdrina ficcanaso, cosa diavolo ci fai tu in questo posto riservato?” gridò a squarciagola mia suocera, sbiancando in volto come un lenzuolo, rendendosi conto che il loro piano infallibile era clamorosamente fallito.

“Sono venuta a riprendermi l’unica cosa preziosa della mia vita, brutta strega maledetta e assassina,” le risposi gelidamente, scavalcando la recinzione bassa e puntando la mia pistola carica dritta alla testa della tremante Renata.

Renata lasciò cadere maldestramente la pesante borsa di soldi sul ruvido asfalto della pista, alzando le braccia al cielo e tremando visibilmente come una fragile foglia in preda a una burrasca.